La docente: «Ci saremmo sentite nel pomeriggio», ma Martina scomparve
Martina Carbonaro aveva paura di affrontare il fidanzato per comunicargli la decisione di interrompere la relazione. La 14enne ne aveva parlato con la sua docente tirocinante, Emilia Marino, che ha riferito quelle confidenze durante il processo per l’omicidio. Davanti ai giudici, l’insegnante ha ripercorso gli ultimi giorni della ragazza, uccisa il 26 maggio 2025 in una casa abbandonata di Afragola, in provincia di Napoli.
Tra gli episodi emersi durante la testimonianza, quello del 16 maggio, quando Martina aveva cercato di telefonarle senza riuscire a raggiungerla. Le aveva quindi lasciato un messaggio: «Prof potete fare la chiamata per favore…ne ho tanto bisogno… non so cosa sto provando in questo momento». Non era semplice, per la 14enne, raccontare ciò che stava vivendo. La stessa docente, unica testimone ascoltata nell’udienza, ha spiegato che la ragazza si confidava con lei, ma soltanto parzialmente: «Mi lasciava entrare ma fino a un certo punto».
Il rapporto tra le due andava oltre le normali attività scolastiche. Marino ha descritto Martina come «una ragazza solare, allegra, molto dolce, che cercava rassicurazioni e con la quale avevo un bellissimo rapporto che andava anche oltre l’ambito scolastico».
Proprio alla docente, nella giornata precedente alla scomparsa, la 14enne aveva cercato di raccontare qualcosa. Un incontro che l’insegnante ha ricordato in aula, interrompendosi più volte per la commozione: «Il giorno prima della sua scomparsa, a scuola, mi venne a salutare: mi disse che doveva raccontarmi delle cose. Io dovevo discutere della tesi e andai via prima. Le lasciai detto che ci saremmo sentite nel pomeriggio, ma non ci siamo più sentite. Seppi il 27 (maggio 2025) mattina dai colleghi, che era scomparsa. Ero agitata, l’avevo evitata».
La telefonata senza risposta e il messaggio WhatsApp
Appresa la notizia della scomparsa, Marino aveva pensato a Federico, un ragazzo con il quale Martina aveva instaurato un rapporto esclusivamente virtuale, attraverso una chat. «Quella scomparsa mi sembrò strana ‘forse è andata da Federico’, mi dissi, provai a chiamarla ma il suo telefono era irraggiungibile. Le mandai un messaggio su WhatsApp per farle sapere che poteva parlare con me in qualsiasi momento». La professoressa ha manifestato il dolore per non essere riuscita a comprendere la 14enne «fino a fondo», ripercorrendo anche le occasioni nelle quali Martina aveva cercato il suo sostegno.
Alla sofferenza per la morte della ragazza si aggiunge una coincidenza che Marino fatica ancora oggi a ricordare senza commuoversi. Il giorno del ritrovamento del corpo di Martina, l’insegnante ha conseguito la laurea discutendo una tesi dedicata proprio alla sua studentessa.
Le prossime udienze consentiranno di ascoltare anche gli altri protagonisti della vicenda. Il 30 ottobre sarà chiamato a testimoniare Federico, l’amico di chat di Martina, mentre il 10 novembre verrà completata l’escussione dei testimoni della Procura. Per il 24 novembre, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è invece prevista la testimonianza dell’imputato Alessio Tucci. La volontà di essere ascoltato è stata comunicata attraverso il suo difensore, l’avvocato Mario Mangazzo.
La richiesta di un centro di ascolto per i minori
Fuori dall’aula, la testimonianza di Emilia Marino è diventata anche l’occasione per affrontare il tema del sostegno psicologico agli adolescenti. Rispondendo alle domande dei giornalisti insieme all’avvocato Sergio Pisani, legale della famiglia Carbonaro, la docente ha richiamato la necessità di costruire una rete capace di riconoscere i segnali di disagio, non soltanto all’interno delle scuole, «con personale specializzato e competente per evitare che ci possano essere altre Martino Carbonaro».
Pisani ha posto l’attenzione soprattutto sulle difficoltà che i minorenni possono incontrare quando hanno bisogno di rivolgersi a uno specialista: «Alla luce di quello che sta accadendo in questi anni si deve pensare a un centro di ascolto che sia in grado di fare da collegamento tra i giovani che hanno questi problemi e l’esterno, la famiglia in particolare. Faccio riferimento a quella norma che impedisce ai minori di avere un contatto con uno psicologo se non col consenso dei genitori».
Il legale ha quindi chiesto una modifica delle disposizioni sul consenso: «Secondo me si tratta di una norma assurda, che deve essere cambiata: se un minore ha bisogno di confrontarsi con uno psicologo o uno specialista lo deve fare autonomamente. Oggi lo può fare solo con l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, bypassando i genitori, ma se interviene un giudice vuol dire che è troppo tardi».




