Torre Annunziata, stangata al clan Gionta: oltre due secoli di carcere

Gemma Donnarumma condannata a 18 anni e 5 mesi

Un verdetto pesante per il clan Gionta, ma non del tutto sovrapponibile alla ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia. Il tribunale ha inflitto diciotto condanne per complessivi 208 anni di carcere e disposto una sola assoluzione. A ricevere la pena più alta è stato Alfredo Savino, condannato a 19 anni e 4 mesi. Subito dopo figurano Gemma Donnarumma, moglie del boss Valentino Gionta, con 18 anni e 5 mesi, e Gaetano Amoruso, al quale sono stati inflitti 16 anni e 4 mesi.

Il verdetto ha stabilito 15 anni e 5 mesi per Rosario Amedeo Mas, 14 anni e 10 mesi per Salvatore Palumbo e 14 anni e 6 mesi per Pasquale Romito. Carmine Mariano Savino è stato condannato a 13 anni e 5 mesi, mentre Enrico Donnarumma e Fabiano Tammaro hanno ricevuto entrambi 13 anni e 4 mesi.

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La pena per Massimo Savino è stata fissata in 11 anni e 8 mesi. Seguono Raffaele Uliano con 10 anni, Alfredo Della Grotta con 9 anni, Raimondo Bonfini con 7 anni e 8 mesi, Salvatore Ferraro con 7 anni, Michele Mas con 6 anni e 8 mesi, Michele Guarra con 6 anni, Salvatore Buonocore con 5 anni e 8 mesi e Giancarlo De Angelis con 5 anni e 5 mesi.

L’unica assoluzione riguarda Luigi Di Martino, figlio di Anna Donnarumma e nipote di Gemma Donnarumma. Difeso dall’avvocato Giuseppe De Luca, era accusato di estorsione aggravata ai danni dell’imprenditore Arturo Federico. La procura aveva chiesto per lui 8 anni di reclusione, ma il collegio lo ha assolto con la formula più ampia, «per non aver commesso il fatto», escludendo il suo coinvolgimento nell’episodio contestato.

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La posizione di Pasquale Romito

La sentenza ha inciso anche sulla qualificazione del ruolo attribuito a Pasquale Romito. Pur condannandolo a 14 anni e 6 mesi, i giudici non hanno riconosciuto l’aggravante di capo promotore dell’associazione mafiosa, sostenuta invece dalla Direzione distrettuale antimafia nel corso del processo.

Il verdetto si discosta così, almeno in parte, dalle richieste avanzate dal pubblico ministero Valentina Sincero. Al termine della requisitoria, la procura aveva sollecitato complessivamente 253 anni e sei mesi di carcere.

L’impianto accusatorio della Dda

La ricostruzione dell’accusa, scrive Marco De Rosa su «il Mattino», si fondava su intercettazioni, sequestri documentali e dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Pietro Izzo, Salvatore Buonocore e Giancarlo De Angelis. Nella ricostruzione sostenuta dall’accusa, Gemma Donnarumma avrebbe assunto un ruolo di primo piano negli equilibri interni del clan. La Dda l’ha indicata come la «mente strategica» del sodalizio, attribuendole la capacità di trasmettere direttive e di seguire gli affari dell’organizzazione, soprattutto quelli legati alle estorsioni. Una lettura già emersa nelle valutazioni della Direzione investigativa antimafia, che nel 2022, dopo la scarcerazione dal 41 bis, l’aveva segnalata nuovamente ai vertici del gruppo.

A rafforzare il quadro accusatorio, secondo gli inquirenti, sarebbe stato anche il materiale sequestrato al momento degli arresti: diciotto pizzini e circa 11mila euro in contanti. Per la procura, le annotazioni contenute nei fogli ricostruivano i movimenti economici del clan, dagli introiti delle piazze di spaccio alle somme riconducibili a estorsioni e usura, fino alle indicazioni sui luoghi destinati a custodire armi e sostanze stupefacenti.

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