Prescritto il reato di incendio
Cinque anni e quattro mesi di reclusione per il rogo di Città della Scienza. È la nuova condanna pronunciata dalla seconda Corte d’Appello nei confronti di Paolo Cammarota, l’ex vigilante coinvolto nella vicenda giudiziaria aperta dopo l’incendio del 4 marzo 2013, che distrusse uno degli edifici del polo di Bagnoli, a Napoli. Come riportano «la Repubblica» e «Il Mattino», il verdetto è stato emesso dalla seconda sezione presieduta dalla giudice Carmela Iorio, al termine del processo di appello-quater. Cammarota doveva rispondere di incendio e crollo: per il primo reato è stata dichiarata la prescrizione.
Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, l’ex vigilante avrebbe favorito l’ingresso delle persone che appiccarono l’incendio, chiedendo di effettuare personalmente l’ultimo giro di perlustrazione prima della chiusura del museo. Gli altri presunti responsabili non sono stati identificati e il movente dell’azione non è stato ancora chiarito.
La decisione accoglie le tesi del sostituto procuratore generale Fabiana Magnetta, che insieme all’avvocato generale Simona Di Monte aveva impugnato davanti alla Corte di Cassazione la precedente sentenza della Corte d’Appello. Il 27 novembre 2024, infatti, Cammarota era stato assolto da tutte le accuse. Quello appena concluso è l’ottavo processo celebrato per il disastro di Città della Scienza, ma la vicenda giudiziaria non è ancora terminata. L’ex vigilante, che ha sempre respinto le accuse, si prepara a presentare un nuovo ricorso in Cassazione.
L’incendio del 4 marzo 2013
La sera del 4 marzo 2013, le fiamme distrussero parte di Città della Scienza, a Coroglio. Secondo gli investigatori, il fuoco si propagò all’interno della struttura in un intervallo compreso tra venti e trenta minuti, senza che nessuno dal museo segnalasse quanto stava accadendo. A chiamare i vigili del fuoco fu un pescatore del borgo di Coroglio, che aveva avvistato l’incendio dal mare.
Le indagini furono condotte dalla Procura di Napoli, all’epoca affidate ai pubblici ministeri Ida Teresi, oggi in servizio alla Procura nazionale antimafia, e Michele Del Prete, attualmente responsabile del pool contro i clan casalesi. Gli accertamenti della Squadra Mobile si concentrarono soprattutto su testimonianze e intercettazioni.
Le intercettazioni e la pista assicurativa
Tra gli elementi raccolti durante le indagini figurano alcune conversazioni intercettate nei giorni successivi al rogo. In una di queste, Cammarota parlava con una conoscente delle difficoltà economiche proprie e di altri dipendenti, che da mesi non ricevevano lo stipendio. Gli investigatori hanno esaminato anche una possibile pista interna, collegata all’eventuale riscossione delle somme previste da una polizza assicurativa in caso di incendio doloso.
Il cambio dei turni e la disattivazione dell’allarme
Un altro elemento dell’inchiesta riguarda il confronto avvenuto davanti ai pubblici ministeri tra Cammarota e un collega. Secondo quanto emerso, pochi minuti prima della chiusura del museo, l’ex vigilante avrebbe chiesto e ottenuto di invertire i turni per effettuare personalmente l’ultima ronda, modificando così l’orario della perlustrazione.
Nella ricostruzione accusatoria, proprio in quella fase sarebbe stato disattivato il sistema di allarme, consentendo l’ingresso degli incendiari. Gli accertamenti hanno individuato diversi punti di innesco, con il coinvolgimento di pali, campane, impianti e altre strutture sulle quali sarebbero state utilizzate sostanze per favorire la propagazione delle fiamme. I vertici di Città della Scienza si sono costituiti parte civile nel procedimento. La vicenda giudiziaria, tuttavia, non è ancora conclusa: la difesa di Paolo Cammarota, che ha sempre respinto le accuse, si prepara a presentare un nuovo ricorso in Cassazione per chiedere l’annullamento della condanna a cinque anni e quattro mesi.




