Tour USA, collaborazioni con leggende e una firma sonora riconoscibile
Gennaro Porcelli, campano, classe 1981, dal 2005 al fianco di Edoardo Bennato, è tra le voci più autorevoli del blues italiano. Con «Revisiting…!» (2009) decolla, poi approda negli Usa suonando al «B.B. King’s» di New York e al «Bitter End». Incontra Johnny Winter nel 2012, pubblica «Alien in Transit» (2014) e divide il palco con Louisiana Red, Robben Ford, Hot Tuna. Con «Me, You and the Blues» (2023) conferma un blues autentico e internazionale.
Una voce nel blues
Gennaro, hai trasformato un percorso musicale internazionale in una voce riconoscibile del blues: qual è il punto in cui hai capito che non stavi più «seguendo» una tradizione, ma contribuendo a scriverla.
«Ho capito di essere sulla strada giusta quando mi sono confrontato con il pubblico americano. Durante il mio viaggio negli Stati Uniti ho ricevuto una conferma importante: anche se sono italiano, anzi napoletano, il mio cuore batte sullo stesso beat dei musicisti che hanno scritto e diffuso questa musica. Loro raccontano le loro storie, io racconto le mie, e quando le abbiamo messe insieme è nata una connessione forte, che ha funzionato subito e continua a funzionare. Quell’incontro mi ha dato una spinta enorme, perché mi ha fatto capire che il linguaggio del blues è universale. Quando ti accorgi che la tua voce arriva lontano, allora capisci davvero chi sei come artista».
Il blues all’università
Nel 2018 hai portato la storia del blues all’Università Federico II: com’è stato trasformare un’aula accademica in una lezione su una musica nata sulle rive del Mississippi.
«È stata una grande soddisfazione parlare di blues all’Università Federico II. Devo ringraziare anche il mio amico Enrico Del Gaudio, grandissimo batterista e musicologo, grazie al quale ho avuto l’opportunità di far risuonare il blues a Napoli. Per me è stato un momento speciale: ho frequentato l’Università degli Studi l’Orientale e, proprio per seguire l’amore per la musica, ho dovuto lasciarla a pochi esami dalla laurea per intraprendere il mio percorso professionale. Tornare all’università come relatore è stato davvero significativo. Ho potuto parlare di blues, farlo conoscere a generazioni diverse e spiegare l’importanza politica, storica e culturale di questa musica».
Con Bennato
Dal 2005 sei l’ossatura blues di Edoardo Bennato, il suo riferimento sonoro: cosa significa, oggi, sostenere e guidare dall’interno l’identità musicale di un artista così iconico?
«Suonare con Edoardo è sempre un’emozione enorme, ma anche una grande responsabilità. Per me è stato un punto di riferimento sin da ragazzino: ho iniziato a suonare la chitarra proprio grazie a lui, come è successo a milioni di chitarristi e appassionati di musica».
«Oggi è un mio amico, questo è indiscutibile, ma nonostante i ventun anni trascorsi insieme continuo a imparare qualcosa a ogni concerto, a ogni incontro. Da un grande musicista e da un grande poeta come lui si impara sempre. In tutti questi anni ho imparato tanto e continuo a divertirmi, ma la cosa più bella è che con Edoardo si guarda sempre al futuro, mai al passato. Una delle lezioni più importanti che mi ha trasmesso è proprio questa: essere proiettati in avanti, usare la musica per immaginare ciò che verrà ed essere liberi di pensare, senza lasciarsi condizionare da niente e da nessuno».
L’incontro con Winter
Nel 2012 sei stato ricevuto da Johnny Winter, la tua più grande fonte d’ispirazione fin da bambino: cosa ha significato incontrare proprio l’uomo del tuo primo disco acquistato?
«Incontrare Johnny Winter è stato la realizzazione di un sogno che inseguivo da bambino. Mi ha ricevuto al Teatro Geox di Padova perché, negli anni in cui ero stato negli Stati Uniti, avevo suonato con alcuni dei suoi musicisti: alcuni li ho portati anche in Italia, abbiamo fatto mini tour e registrato insieme. Johnny quindi già sapeva chi ero, e abbiamo passato un intero pomeriggio a parlare di musica, di blues, di chitarre. Per me, che lo consideravo un idolo, è stato un momento indimenticabile».
«Avrei dovuto aprire un suo concerto negli Stati Uniti con la mia band e fare anche un brano insieme, forse una jam session, ma purtroppo è scomparso prima che potesse accadere. Il primo disco di blues che ho comprato è stato di John Lee Hooker, ma Johnny Winter è stato uno dei primi artisti che ha segnato davvero il mio percorso musicale».
Il nuovo album
In «Me, You and the Blues» la tua rilettura di brani originali e cover sembra guidata da una sensibilità quasi «narrativa», più che filologica: quale logica emotiva ha orientato il modo in cui hai trascritto, modellato e fatto respirare queste storie dentro il tuo linguaggio chitarristico?
«Nel mio ultimo album, “Me, You and the Blues”, ho raccolto emozioni che avevo dentro da tempo e le ho condivise con amici e artisti a cui sono molto legato: Edoardo Bennato, Marvin Sings, Guy Davis, nominato ai Grammy, Daniele Sepe e Vince Pastano, produttore e chitarrista di Vasco. Una connessione emotiva che ha trovato la sua anima in questo disco e ha concretizzato quel percorso di costruzione e consapevolezza che immaginavo di compiere tra le vie del blues, in tutto il suo vissuto».
«Il disco è stato registrato insieme alla mia band storica, con cui suono da più di dieci anni: Enrico Cecconi alla batteria, Renato Marciano al basso, Pee Wee Durante e Pippo Guarnera al piano e all’Hammond, oltre ad altri ospiti che si sono aggiunti. È il mio terzo album solista, dopo tante collaborazioni e altri progetti, e sto già pensando al prossimo. Inoltre, è in cantiere un disco con Gretchen Rhodes, cantante della Mick Fleetwood Band: proprio quel Mick Fleetwood dei “Fleetwood Mac”. Un’artista straordinaria, con una voce potentissima. Speriamo di farlo uscire presto».
Riconoscimenti e live
Essere un chitarrista italiano riconosciuto al punto da vedere la tua Marvit Signature esposta accanto agli strumenti di Clapton e Satriani non è solo un traguardo simbolico: in che modo questo riconoscimento internazionale ha ridefinito la tua idea di ruolo e responsabilità all’interno del blues italiano contemporaneo?
«La mia chitarra è stata esposta qualche anno fa nel “Wall of Fame” creato dalla “Marvitt Guitars” al Barabba di Gallarate, accanto a cimeli di artisti come Eric Clapton, Steve Hackett, Satriani e diversi colleghi italiani. È stata una grande soddisfazione, anche se quel locale, come tanti altri spazi meravigliosi dedicati alla musica dal vivo, purtroppo ha chiuso. E non è stato l’unico: sono scomparsi anche luoghi storici come il “Big Mama” di Roma o il “Blues House” di Milano. È triste vedere quanto la musica dal vivo stia passando in secondo piano, soprattutto dopo il Covid».
«Io però continuo a seguire la mia strada, senza compromessi e nella massima indipendenza. Suono con “Gennaro Porcelli & Band” ed Edoardo Bennato, e non mi sono mai considerato un turnista: se qualcosa non mi piace, non la suono. Ho sempre preferito restare coerente con me stesso, anche pagando le conseguenze».




