Ilaria Sula, il racconto di Samson: «L’ho colpita al volto non so quante volte»

In aula emergono ossessione, menzogne e dettagli sull’aggressione

Dalle menzogne raccontate a Ilaria Sula al controllo nascosto dei suoi profili social, fino alla valigia usata per portare via il corpo: davanti alla Corte d’Assise di Roma, Mark Antony Samson ha ripercorso i passaggi principali della vicenda sfociata nell’omicidio dell’ex fidanzata. Un’esposizione lineare, quasi priva di scarti emotivi, con cui il giovane ha ricostruito quanto accaduto il 25 marzo dello scorso anno nella Capitale, rispondendo alle domande della Procura che gli contesta l’omicidio aggravato e l’occultamento di cadavere.

Nel corso dell’udienza, il reo confesso ha provato a descrivere lo stato d’animo di quei momenti. «Non so spiegare cosa mi è preso – ha affermato -. È come se mi fosse sceso un velo sugli occhi, sentivo un misto di emozioni negative». Alla richiesta di chiarire la dinamica dell’aggressione, Samson ha fornito un dettaglio ulteriore sull’inizio dell’azione omicidiaria: «Mi ricordo che la pugnalai con la mano sinistra, nella zona sinistra del suo collo». Subito dopo, ha ricostruito la fase successiva, spiegando che «poi quando cadde per terra la colpì con una sequenza di colpi molto rapida».

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Nello stesso passaggio dell’esame, l’imputato ha riferito anche le sue percezioni di quei secondi. «Lei ha urlato poco. Non era un urlo, era come se qualcuno la spaventasse. È stato rapidissimo da quando è caduta alle pugnalate, non lo so se fosse cosciente o meno». E ancora: «C’è stato un movimento, ma non so qual fu la causa: se si mosse per il mio gesto o perché si mosse lei». Già nel corso dell’udienza Samson aveva detto di non essere in grado di indicare con precisione il numero dei fendenti inferti al volto della ragazza, aggiungendo però che «sicuramente sono state più di due, una sequenza di colpi molto rapida».

Il delitto nell’appartamento e il corpo gettato nel dirupo

L’omicidio si consumò nell’abitazione di Samson in via Homs, nel quartiere Africano. Dopo il delitto, il giovane caricò il cadavere in una valigia e lo abbandonò in un dirupo nella zona di Capranica Prenestina. Un segmento della vicenda che si intreccia con la posizione della madre, Nosr Manlapaz, che ha patteggiato una pena a due anni per concorso in occultamento.

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Proprio su questo punto Samson ha ammesso di avere mentito in una prima fase. «In questa vicenda non ho detto sempre la verità – ha dichiarato – perché quando mia madre non era ancora indagata cercavo di tutelarla». Nel suo racconto, l’imputato ha poi collegato la tensione di quei giorni anche alla scoperta, da parte della vittima, delle falsità che lui le aveva raccontato sugli esami universitari e sui voti. Ilaria, ha riferito, era «arrabbiata e delusa».

L’altro elemento emerso con nettezza riguarda la natura del rapporto che Samson aveva maturato nei confronti della giovane. Lo stesso imputato ha riconosciuto di avere sviluppato una relazione ossessiva, arrivando a impossessarsi delle credenziali di accesso ai profili della ragazza senza che lei ne fosse consapevole. «Lei non sapeva che avevo le password per accedere ai suoi profili. Le avevo prese a sua insaputa», ha detto ai giudici.

La testimonianza della madre: «Che cosa hai fatto?»

Nella precedente udienza, davanti alla Corte, era stata ascoltata anche la madre del giovane, che aveva ricostruito le scene successive all’omicidio. Nosr Manlapaz ha raccontato che quella mattina il figlio le disse che Ilaria «non c’era più». «Ha aperto la porta della sua stanza – ha riferito – ho visto che piangeva, era tutto rosso».

La donna ha spiegato di avere visto il corpo della ragazza riverso a terra. «Tremava, cercai di abbracciarlo e vidi il corpo di Ilaria steso in terra a faccia in giù, si vedevano i piedi. Ho chiesto a mio figlio “che cosa hai fatto?”». Poi il riferimento al sangue presente nella stanza e alle richieste arrivate poco dopo. «Mark mi ha portato nella mia camera e mi ha chiesto “mamma, abbiamo una valigia?”. Poi mi ha detto di andare a comprare buste e detersivo». Nella sua deposizione, Manlapaz ha aggiunto di avere visto il figlio usare fazzoletti di carta per ripulire il sangue e di avergli consegnato alcuni abiti vecchi. «Gli dissi “basta che hai levato il grosso”», ha ricordato.

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