Addio a Mariano Rubinacci, l’ambasciatore dell’eleganza napoletana nel mondo

Lo stilista che portò Napoli nei musei

La tradizione sartoriale napoletana perde uno dei suoi eredi più rappresentativi: Mariano Rubinacci, stilista e imprenditore, è morto a 83 anni. Con lui si spegne una figura che ha saputo trasformare un patrimonio artigianale nato a Napoli in un linguaggio universale dell’eleganza maschile, mantenendo sempre saldo il legame con la propria città.

Le radici a Chiaia e l’eredità di Bebè

L’origine di questa storia affonda negli anni Venti del Novecento, quando Gennaro Rubinacci, detto Bebè, inaugura la prima maison nel quartiere Chiaia, a pochi passi dall’attuale sede. Uomo colto e raffinato, conquista rapidamente una clientela prestigiosa: vestirà Vittorio de Sica, Curzio Malaparte, Eduardo De Filippo e Umberto di Savoia. In bottega non trasmette soltanto competenze tecniche, ma un’idea precisa di mestiere fondata su disciplina, cultura e senso della misura.

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Negli anni Trenta è proprio Bebè a concepire la celebre giacca alla napoletana, caratterizzata dalla manica ‘a mappina’ e dalla tasca a toppa. Un capo destinato a diventare simbolo di leggerezza e naturalezza formale. A farne però un modello riconoscibile a livello internazionale, quasi un archetipo dello stile partenopeo, sarà il figlio Mariano.

Elegante nei modi, appassionato, capace di visione imprenditoriale, Mariano Rubinacci raccoglie il testimone familiare e lo proietta in una dimensione contemporanea, senza tradire l’impostazione originaria.

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Londra, gli Stati Uniti e i musei

Quando Napoli non godeva ancora dell’attuale attenzione globale, Rubinacci ne difendeva già il primato sartoriale all’estero. L’amicizia con Lord Rothschild gli consente di aprire a Mount Street, a Londra, un negozio che amava definire ‘più inglese di quelli britannici’. Una scommessa audace, che si rivelerà vincente.

Da quel momento la clientela si amplia e si internazionalizza: reali, politici, diplomatici, protagonisti della finanza e dello spettacolo come Lapo Elkann, Calvin Klein e Bryan Ferry scelgono la sua firma. Molti vengono accompagnati nell’atelier napoletano, divenuto negli anni una tappa imprescindibile per gli estimatori dell’alta sartoria artigiana italiana.

Il riconoscimento istituzionale arriva anche dai musei. Alcune sue creazioni entrano nella collezione permanente del Victoria and Albert Museum di Londra; successivamente anche il Fashion Institute of Technology di New York ne valorizza il percorso. Segni tangibili di un lavoro che ha superato i confini della moda per entrare nella storia del costume.

Visione, famiglia e futuro

«Il buon gusto non cambia» e «l’abito giusto al posto giusto» erano i suoi leit-motiv. Espressioni che riassumevano una filosofia fondata sulla coerenza e sulla cura. Osservava con indulgenza le ormai irrinunciabili sneakers, ma non le avrebbe mai accettate sotto gli smoking, ribadendo un’idea chiara di equilibrio formale.

La parola chiave della sua esistenza è stata famiglia. Accanto alla moglie Barbara, Mariano Rubinacci lascia i figli Alessandra, Marcella, Luca e Chiara, oggi alla guida dell’attività di famiglia. Forte e costante anche il rapporto con i collaboratori, considerati parte integrante di un progetto condiviso.

In occasione degli 80 anni sorprende ancora una volta presentando una nuova factory sostenibile ad alta tecnologia nella periferia napoletana, dimostrando attenzione per l’innovazione e per il futuro produttivo del territorio. «Il lavoro è il mio hobby», ripeteva, sintetizzando un’esistenza interamente dedicata alla sartoria.

Napoli saluta così un interprete autentico della propria tradizione artigiana, capace di rendere universale un’eleganza nata tra le strade di Chiaia e affermatasi nelle capitali del mondo.

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