Una magistratura senza correnti: il «sì» come atto di rottura

Il pm Imparato ha scelto di sostenere la riforma della magistratura

C’è una parola che ritorna, anche quando non viene pronunciata apertamente: logoramento. Logoramento della fiducia, del rapporto tra cittadini e giustizia, della credibilità interna di un ordine che per Costituzione dovrebbe reggersi su autonomia e indipendenza, ma che negli anni si è trovato invischiato in dinamiche di potere sempre più visibili. È in questo spazio irrisolto che si colloca la presa di posizione di Lisa Imparato, sostituto procuratore della Repubblica presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere, che ha scelto di sostenere il «Sì» al referendum sulla riforma della magistratura.

Non per difendere o colpire una categoria, ma per riconoscere che qualcosa, nel sistema attuale, si è incrinato. Al centro della sua riflessione c’è il ruolo delle correnti. Nate come luoghi di elaborazione culturale e confronto ideale, nel tempo hanno progressivamente assunto un peso che va ben oltre il dibattito: orientano carriere, incidono sulle nomine, determinano equilibri all’interno del Consiglio superiore della magistratura. Un assetto che, anche quando non sfocia in abusi, produce un effetto corrosivo: il sospetto. E nella giustizia, il sospetto è già una sconfitta.

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La distinzione delle funzioni

La riforma referendaria interviene proprio su questo nodo. La distinzione delle funzioni tra chi accusa e chi giudica non viene letta come una resa a un modello avversariale puro, né come un atto di sfiducia nei magistrati. Al contrario, è interpretata come un tentativo di rendere effettiva e percepibile l’imparzialità. Non basta che il giudice sia imparziale: occorre che appaia tale. E questo richiede percorsi professionali più netti, meno permeabili, meno esposti a condizionamenti.

C’è poi il tema dell’autogoverno. Difendere l’indipendenza della magistratura non significa accettare che essa si trasformi in un sistema chiuso, autoreferenziale, incapace di correggersi. Nella lettura di Imparato, la riforma non consegna la toga alla politica. Al contrario, mira a sottrarre le decisioni interne a logiche di appartenenza che, paradossalmente, hanno finito per indebolire proprio quell’autonomia che si dichiara di voler tutelare.

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Un cambio di mentalità

Il Consiglio superiore della magistratura resta un passaggio cruciale. Ridurre il peso delle correnti non è un dettaglio tecnico, ma un cambio di mentalità. Significa restituire concretezza al principio del merito, oggi spesso ridotto a formula rituale, e riconoscere che l’attuale assetto ha prodotto fratture profonde non solo all’esterno, ma anche all’interno degli uffici giudiziari, tra colleghi. Sul fondo resta una domanda più ampia e scomoda: a chi deve rispondere la giustizia? Non alla politica, certo. Ma neppure solo a se stessa.

Deve rispondere ai cittadini, ai tempi dei processi che si allungano, alle decisioni che arrivano quando il danno è ormai irreversibile, alla percezione diffusa di un sistema distante. In questo quadro, parlare di efficienza non è un cedimento al linguaggio manageriale, ma una questione democratica. Il Sì al referendum, per chi lo sostiene, non è un atto di fede nella perfezione della riforma. È una scelta di discontinuità. Un modo per affermare che l’esistente non basta più e che l’equilibrio attuale ha prodotto troppe ombre per essere difeso per inerzia. Non c’è la promessa di una palingenesi, ma l’assunzione consapevole di un rischio: cambiare, sapendo che restare fermi non è mai una posizione neutrale.

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