Referendum, al governo il primo round nella «guerra» dei ricorsi: nessuno stop sulla data

Udienza collegiale il 27 gennaio per decidere

Il primo round sui ricorsi per il referendum lo ha vinto il governo. Il Tar del Lazio ha deciso che non ci sarà alcuna sospensiva sulla decisione dell’esecutivo di fissare per i giorni 22 e 23 marzo la data della consultazione popolare sulla riforma della giustizia. Ma il ricorso, avanzato da un comitato di quindici giuristi i quali avevano avviato una raccolta di firme popolari per indire anche loro il referendum, si deciderà il prossimo 27 gennaio quando i giudici si riuniranno in udienza collegale: l’obiettivo dei ricorrenti è di spostare ulteriormente la data del voto, che potrebbe dare più tempo al Comitato del No per spiegare le proprie ragioni.

Sull’altro fronte la posizione del guardasigilli Carlo Nordio è ferma: «Non temo il ricorso sul referendum, non credo proprio che venga accolto» e «da un punto di vista tecnico è inutile». Secondo il ministro vi è già almeno una delle condizioni per il referendum – almeno un quinto dei componenti della Camera e del Senato ne aveva fatto richiesta – e il quesito non si può cambiare. Dunque «non è ragionevole pensare che di fronte alla semplicità di un quesito, che è già stato ammesso dalla Corte di Cassazione, vi sia un’altra iniziativa che ripete le stesse cose».

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Ma il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari, Carlo Guglielmi, replica: «Il ricorso è invece utile a livello politico per accendere il dibattito nel Paese su un tema così rilevante. Quanto ai profili tecnici come sempre preferiamo parlarne nelle sedi adeguate». Proprio in queste ore Nordio ha presentato il suo ultimo libro, che esprime le ragioni della riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, ‘Una nuova giustizia’, durante un evento alla Camera assieme alla giornalista Gaia Tortora, figlia di Enzo, il cui caso giudiziario divenne un simbolo della malagiustizia italiana.

Nordio: «Ci sono errori non scusabili»

Di fronte alla platea il Guardasigilli ha attaccato l’attuale sistema chiamando direttamente in causa il Consiglio superiore della magistratura. «Ci sono errori non scusabili: quando il magistrato non conosce le carte e quando non conosce la legge», ha detto il ministro dicendosi dubbioso su eventuali provvedimenti che riguardino responsabilità civile per giudici e inquirenti: «È una sanzione inadatta. Il magistrato impreparato e inadeguato non va colpito nel portafoglio ma nella carriera e semmai deve essere destituito».

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«Questo – continua – non accade perché il Csm non lo fa mai, perché c’è una giustizia domestica e correntizia che fa da stanza di compensazione. Ecco perché questa riforma entra nella responsabilità dei magistrati. Deve entrare nella responsabilità professionale: il magistrato inadeguato deve cambiare mestiere», ha chiarito Nordio dicendosi «disgustato quando da parte di alcuni magistrati si arriva alla volgarità di accuse di piduismo e di realizzazione del progetto di Gelli attraverso la riforma. Questo – commenta – lo trovo indegno da parte di chi riveste una toga».

Ma dal consigliere laico del Csm, in quota Italia Viva, Ernesto Carbone, arriva una secca riposta: «Qualcuno ricordi al ministro che ha il potere di impugnazioni sulle decisioni della disciplinare: peccato che in due anni ne abbia impugnate sei su 184».

Le intercettazioni

Oltre alla separazione delle carriere, il governo si appresta già ad una nuova riforma, quella sulle intercettazioni, che potrebbe portare a modifiche alla legge Spazzacorrotti sull’utilizzo dei trojan: «Stiamo lavorando per ridurre se non eliminare questa vergogna: le comunicazioni sono inviolabili, la segretezza va garantita dalla Costituzione ma viene violata quasi quotidianamente. Ci sono notizie che vengono divulgate in modo selezionato e pilotato, vengono divulgate soltanto da chi conviene: non hanno nulla a che fare con la libertà di stampa. Non possiamo ridurre il giornalista al rango di passacarte», ammonisce il Guardasigilli precisando in merito al prossimo provvedimento: «Abbiamo già la possibilità di intervenire perché siamo molto avanti, ma molto dipenderà dall’esito del referendum».

Prima della consultazione popolare è previsto un dibattito televisivo tra il ministro e il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, condotto sulla Rai da Bruno Vespa.

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