«La Scienza nuova» rappresenta una svolta nel concetto stesso di sapere
Giambattista Vico (1668‑1744) è considerato uno dei più grandi filosofi napoletani e un precursore moderno nel campo della filosofia della storia e delle scienze umane. Nato a Napoli da una famiglia modesta, Vico visse gran parte della sua esistenza nella città partenopea, dove sviluppò un pensiero che si distaccava marcatamente dal razionalismo cartesiano dell’epoca, ponendo l’esperienza storica e culturale al centro della conoscenza umana.
La sua opera principale, «La Scienza nuova», rappresenta una svolta nel concetto stesso di sapere: qui, la storia non è solo una sequenza di eventi, ma un campo di indagine che rivela il senso profondo delle società umane.
Dalla Napoli del Seicento alla Scienza nuova: vita e formazione
Giambattista Vico nacque a Napoli il 23 giugno 1668 e visse in un ambiente modesto: il padre era un libraio, e già da giovane fu a contatto con i libri e la cultura.
La sua educazione fu segnata da insegnamenti rigorosi ma non sempre stimolanti; proprio questa situazione lo spinse a cercare una formazione autonoma, basata su letture personali e riflessioni originali. Nonostante alcune difficoltà personali, tra cui una ferita alla testa in gioventù e una carriera accademica non sempre coronata dal successo sperato, Vico riuscì a emergere come figura intellettuale influente.
Nel 1699 ottenne la cattedra di retorica all’Università di Napoli, incarico che lo portò a riflettere sull’educazione e sulla conoscenza, gettando le basi per la sua visione filosofica.
La Scienza nuova: il cuore del pensiero vichiano
La pubblicazione de «La Scienza nuova» (1725) segnò una pietra miliare nella filosofia moderna. Con questo titolo, Vico intendeva proporre una nuova “scienza della storia” che rompesse con l’egemonia del metodo deduttivo cartesiano e valorizzasse l’esperienza concreta delle società umane.
Per Vico, la vera conoscenza, ciò che egli chiama verum factum, si raggiunge attraverso ciò che l’uomo stesso ha fatto: la storia, le leggi, le istituzioni e i costumi non sono semplici oggetti di osservazione, ma prodotti umani che possono essere conosciuti nella loro essenza poiché sono opera dell’uomo stesso.
Un’altra intuizione centrale è la teoria dei corsi e ricorsi storici: secondo Vico, le civiltà attraversano cicli di nascita, sviluppo, decadenza e rinascita, e nulla di autenticamente nuovo emerge fuori da questi ritmi profondi. Questa concezione ciclica rivoluziona l’idea di storia come progresso lineare ed esprime una forma originale di comprensione del divenire umano.
Inoltre, Vico non vede la storia come mero accumulo di fatti, ma come un tessuto di linguaggi, miti e istituzioni che rivelano la natura profonda delle comunità umane, in stretto rapporto con la filosofia e la filologia.
Eredità e influenza del pensiero vichiano
Il pensiero di Giambattista Vico, pur avendo avuto scarso seguito immediato dopo la sua pubblicazione, fu riscoperto nei secoli successivi e influenzò profondamente molte correnti intellettuali. Solo nell’Ottocento, grazie soprattutto alla riscoperta critica di Benedetto Croce, la filosofia vichiana fu rivalutata come contributo fondamentale alla comprensione storica e culturale dell’umanità.
L’eredità di Vico va oltre la filosofia della storia: le sue idee anticipano alcuni temi delle scienze sociali moderne, come l’antropologia culturale, la sociologia e la filosofia del linguaggio, poiché mettono in relazione narrazione storica, cultura e identità collettiva.
Oggi, pensare la storia come campo di indagine umano e umano‑centrico, piuttosto che come semplice sequenza di eventi naturali o leggi inevitabili, rimane una delle eredità più significative del filosofo napoletano.




