L’attore: «La recitazione è concretezza, è artigianato»
«Il teatro è casa, è il posto dove posso essere potente». Da qui inizia a raccontarsi, a ilSud24, Domenico Pinelli, attore napoletano che nel teatro non vede solo un luogo di lavoro, ma un vero spazio di identità e forza. E quella sensazione, nata da bambino, ancora oggi lo accompagna ogni volta che varca un sipario.
La sua passione nasce in famiglia. «Mio padre fa l’attore e io l’ho sempre seguito da quando ero piccolo piccolo. Il primo teatro di cui ho memoria è il Sannazaro di Napoli, dove lui recitava con Benedetto Casillo. Avevo cinque o sei anni e lì sentivo una specie di potere. Mi sentivo più forte. Il teatro, proprio come struttura, per me è casa».
Un amore, però, mai imposto: «Mio padre non mi ha mai detto che voleva che facessi questo mestiere. Però è anche vero che a nove anni mi ha fatto conoscere Eduardo De Filippo: ho visto prima “Filumena Marturano” e poi Biancaneve. È una cosa che allora non capivo, ma che nel tempo mi è servita tantissimo. Diciamo che mi ha accompagnato senza dirmelo».
Eppure, paradossalmente, Domenico era indeciso se fare l’attore. «Vedevo mio padre vivere periodi di fermo, di attesa. Ero al quinto liceo scientifico e pensai: magari mi iscrivo all’università e faccio informatica, che mi piace anche. Non è che fosse più facile come lavoro, ma sembrava più sicuro».
La svolta
Poi la vita è intervenuta come in un copione perfetto. Accompagna suo padre a un provino, fa da spalla a un’attrice e la casting director nota qualcosa in lui. Stava lavorando anche al film “L’Oro di Scampia”, serviva un ragazzo di 16 anni e Domenico ne aveva 17. «Mi chiese se volessi fare il provino. Lo feci una, due, tre, quattro volte… e alla fine mi presero. Dopo il primo giorno sul set ho capito che dovevo fare questo. Non potevo fare altro».
Di quel set, il ricordo più forte è nitidissimo: «Il primo giorno. Arrivammo quasi all’ora di pranzo. Subito dopo, la prima scena era la mia, da solo davanti a due macchine da presa. Interpretavo un ragazzo ipovedente. Dopo il primo ciak venne Fiorello a farmi i complimenti perché era contento. Mia madre e mio padre piangevano. È stato uno dei momenti più belli e significativi».
I modelli
I suoi riferimenti artistici affondano nelle radici del grande cinema e teatro italiano: Eduardo e Peppino De Filippo, Vittorio Gassman, Vittorio De Sica, Totò. «Sono cresciuto con loro. Hanno inventato il cinema nel mondo, di fatto. Sono i modelli a cui guardo con rispetto. È difficile riportare quel tipo di lavoro oggi, perché è diverso, ma io ho introiettato quella recitazione, quella verità, quel naturalismo che sembra semplice ma non lo è. Lì c’era tecnica, mestiere. Io parlo di mestiere quando parlo del mio lavoro perché per me la recitazione è concretezza, è artigianato. E questo è il motivo per cui il teatro mi appaga di più».
Televisione o teatro?
Pinelli conosce bene anche la differenza tra i vari linguaggi. «Il cinema e la tv danno più visibilità: quando ho fatto Don Matteo, ogni giovedì mi vedevano sette milioni di persone. A teatro questo non può succedere. Però lì serve un’altra attenzione, un’altra preparazione: è live, devi sbagliare meno ma soprattutto devi saper rientrare subito quando stai uscendo di strada. E a teatro si dice sempre che si fa di più, mentre nel cinema devi togliere. E togliere è più facile che mettere. Ma ogni forma ha la sua magia: quando al cinema vedi il lavoro finito, con quella luce, quella scelta del regista, ti arriva un’emozione enorme. Questo lavoro è bello sempre, comunque tu lo faccia».
La sfida
Uno dei capitoli più importanti della sua carriera è l’interpretazione di Peppino De Filippo. «Sono passati quasi sei anni da quando abbiamo girato e io non ho ancora trovato le parole per descrivere cosa ho provato quando mi dissero che ero stato preso. Io sono cresciuto con loro, fanno parte del mio bagaglio culturale e umano. È come un prete che poi fa il Papa. È entrare nel sacro. Con Sergio Rubini, con una sceneggiatura bellissima, abbiamo fatto secondo me un film splendido. E il fatto che il pubblico ancora oggi lo ricordi è la cosa più bella».
Il futuro di Domenico Pinelli
E oggi? Domenico è già in viaggio. «In questo momento sono a Cecina: stiamo cominciando la tournée con il riallestimento di “Ditegli sempre di sì”. È un progetto atipico: siamo dodici attori tutti under 40, molto giovani, e non abbiamo il “nome famoso” che garantisce pubblico. La garanzia è l’opera di Eduardo De Filippo, il titolo, e soprattutto la nostra fame, il nostro amore per quello che facciamo. L’anno scorso è andata benissimo, quest’anno faremo quattro mesi di tournée, da gennaio ad aprile, 73 repliche. Il mio sogno è continuare così».
E forse il senso di tutto sta proprio lì, in quella frase iniziale che continua a riecheggiare: il teatro come casa, come forza, come luogo dove sentirsi vivi. Domenico Pinelli rincorre autenticità, mestiere, dedizione. E si vede.




