Torre Annunziata, dichiarazione non conforme: nomina revocata per un dirigente

Nomina durata lo spazio di una verifica, il Comune fa marcia indietro

Nel palazzo comunale la notizia è arrivata di traverso, senza il conforto di una versione ufficiale rassicurante. Un incarico apicale, conferito da poche settimane è stato ritirato con effetto immediato dopo l’emersione di una dichiarazione che si sarebbe rivelata non conforme al vero. È così che l’amministrazione di Torre Annunziata si è trovata a fare i conti con un corto circuito interno, più politico che tecnico, più simbolico che procedurale.

Il dirigente coinvolto, l’architetto Gianfranco Marino, era stato chiamato a guidare un settore strategico dell’ente, in una fase già delicata per l’organizzazione degli uffici. L’atto di nomina, formalmente corretto, poggiava però su un presupposto fragile: un’autocertificazione che, alla verifica successiva, non ha retto. Non un dettaglio secondario, ma un requisito essenziale, uno di quelli che non ammettono zone grigie quando si parla di accesso a funzioni pubbliche di responsabilità.

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La macchina amministrativa si è mossa con una rapidità che raramente si vede nei corridoi municipali. Accertata l’incongruenza, l’incarico è stato revocato. Fine. Senza tentativi di aggiustamento, senza soluzioni tampone mascherate da prudenza. Una scelta che, al netto delle conseguenze operative, segna una linea: su trasparenza e correttezza formale non si tratta.

Gli interrogativi

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Resta però il retrogusto amaro di una vicenda che apre più interrogativi di quanti ne chiuda. Com’è possibile che un passaggio tanto sensibile sia arrivato a compimento senza che il nodo emergesse prima? Quali filtri hanno funzionato, e quali no? Domande che non riguardano solo il singolo episodio, ma il modo in cui gli enti locali costruiscono o dovrebbero costruire le proprie difese interne contro errori, leggerezze, forzature. Nel frattempo l’ufficio resta scoperto, o affidato a una gestione provvisoria.

La programmazione subisce inevitabili rallentamenti. Ma il danno più profondo non è quello organizzativo. È la crepa nella fiducia, che si allarga ogni volta che una nomina pubblica inciampa su ciò che dovrebbe essere ovvio: la verità dei requisiti dichiarati. Non è uno scandalo clamoroso, non ci sono sirene giudiziarie né titoli roboanti. È qualcosa di più sottile e forse più inquietante: la dimostrazione che basta poco, a volte, per mettere in discussione l’affidabilità di un intero processo decisionale. E che la vigilanza, quella vera, non può essere un atto successivo. Deve stare prima, durante, sempre.

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