A tu per tu con il «production manager» che accende i palchi italiani
Ogni grande concerto ha il suo eroe nascosto. Puccio Anatrella è la mente silenziosa che rende possibili molti grandi spettacoli italiani. Direttore di produzione, capace di trasformare la complessità tecnica in pura emozione. Proprio per approfondire il suo percorso e svelare i retroscena di un mestiere tanto cruciale quanto poco conosciuto, lo abbiamo incontrato in esclusiva per ilSud24.it, raccogliendo la sua testimonianza e la sua visione del mondo dei live.
Garante di un equilibrio delicato, quello tra la creatività degli artisti e la concretezza delle strutture, ogni dettaglio, dal montaggio al timing, passa sotto la sua supervisione. La sua regia invisibile è la forza che trasforma un’idea in un evento memorabile, ogni concerto che firma diventa un mosaico perfetto, dove logistica e creatività si fondono per dare vita a esperienze indimenticabili.
Dal dietro le quinte ai palchi nazionali: l’ascesa
Campano, classe ‘78, Anatrella si è imposto come una delle figure chiave della produzione musicale italiana, costruendo la sua reputazione attraverso anni di lavoro meticoloso dietro le quinte. La sua carriera è segnata da una costante crescita professionale che lo ha portato a dirigere la macchina organizzativa di alcuni dei tour più seguiti degli ultimi anni. Tra i suoi successi spiccano il tour di Tananai, dove ha garantito un’organizzazione impeccabile e un clima di lavoro sereno, il grande show allo Stadio Olimpico di Roma e altre date del tour “Marco negli Stadi” 2023-2025.
Lo spettacolare evento di Geolier all’ippodromo di Agnano di Napoli, caratterizzato da tecnologie all’avanguardia con scenografie di forte impatto visivo. Innumerevoli i concerti costruiti, eseguiti per artisti del panorama musicale italiano. Ogni collaborazione rappresenta per Anatrella un traguardo, perché il suo obiettivo non è solo gestire la logistica, ma trasformare la complessità tecnica in un’esperienza fluida e memorabile. È questa capacità di coniugare precisione e visione che lo ha consacrato come uno dei professionisti più rispettati nel panorama dei live italiani.
Puccio Anatrella, “Direttore di produzione e Site & Stage Manager”: di cosa si occupano queste figure e come operano insieme?
«Nel mio lavoro c’è spesso confusione sul ruolo del production manager, erroneamente percepito come il “capo assoluto” che decide e finanzia tutto. In realtà si distingue dal produttore esecutivo, che detiene budget e fa quadrare economicamente il progetto, e dalle agenzie che in Italia gestiscono artisti, ticketing e produzione. Il direttore di produzione, per me, può operare in due modi: uno creativo e gestionale, costruendo l’evento da zero con fornitori e progettazione, oppure uno esecutivo, limitandosi a portare in giro un format già predisposto da altri. Io ho scelto il primo modello, maturato a Napoli, che mi ha insegnato a governare ogni fase con autonomia».
«Per me il production manager integra anche le funzioni di stage manager e site manager: coordino la complessità dello show, gestisco palco, audio e strutture e mi occupo della logistica della venue, dagli accessi alle tempistiche di montaggio e smontaggio. Ritengo fondamentale assumere direttamente queste responsabilità, perché eventuali errori ricadono su di me. La mia visione è quella di un ruolo globale e integrato, che unisce organizzazione, tecnica e creatività progettuale: non un lavoro statico o burocratico, ma un processo dinamico di costruzione e innovazione continua, che rappresenta la vera essenza della mia professione».
Qualità elevata
La “Dark Side Production”, la società che hai fondato, coordina aspetti tecnici e logistici dei concerti integrando risorse interne e fornitori esterni. Quali sono le sfide operative più complesse che si affrontano nel garantire standard di qualità mainstream?
«La complessità principale non è “fare tutto in casa”, ma orchestrare in modo rigoroso logistica, dipartimenti tecnici e fornitori specializzati. Con Dark Side Production gestisco progettazione, coordinamento e decisioni su audio, luci, video, FX, palco e sicurezza, pur senza essere proprietario di tutte le dotazioni: per settori come audio, video e luci mi affido alle grandi rental italiane che supportano il mainstream, che richiedono investimenti continui e aggiornamenti rapidi. Ho internalizzato solo materiali mirati che il mercato rendeva difficili da reperire, per aumentare precisione e tempestività operativa».
«La sfida è mantenere sistemi e processi all’avanguardia, modulare spazi e flussi, garantire ingressi/uscite e tempi stretti di montaggio/smontaggio, riducendo a zero gli errori che hanno impatti economici immediati. Il mio valore sta nell’integrare ingegno progettuale e controllo tecnico, negoziare soluzioni con i partner e tenere la responsabilità complessiva dell’esecuzione, senza deleghe “cieche”».
Un lavoro impegnativo
Quanto tempo richiede l’allestimento di uno show negli stadi, quali criticità logistiche comporta e come si gestisce la sicurezza nei montaggi e smontaggi?
«Quando preparo uno show negli stadi, il lavoro inizia almeno quattro o cinque mesi prima, per sviluppare la parte creativa con il direttore creativo e tradurla in soluzioni compatibili con vincoli tecnici, logistici ed economici. Per farti un esempio, alcune idee, come un palco centrale, non sono realizzabili per tempi e costi, visto che gli stadi ospitano oggi decine di concerti al mese e non ci sono giorni extra per montaggi complessi».
«La produzione lavora quindi a stretto contatto con la creatività, attraverso sopralluoghi, progettazioni, preventivi e scelta dei fornitori. La scenografia negli show è molto più ampia rispetto al teatro: integra luci, automazioni, effetti speciali e audio. Un montaggio richiede circa 24 ore e lo smontaggio 6-7 ore, quindi ogni incastro deve essere perfetto e la sicurezza diventa centrale, con gestione di accessi, mezzi e squadre senza errori».
«In sintesi, l’allestimento di uno show negli stadi è una sfida di tempo e logistica: il mio compito è garantire sicurezza e trasformare l’idea artistica in un evento concreto senza margini di errore».
Le sfide
Quanto la tecnologia può facilitare la creatività nei grandi eventi live e quali sono i limiti economici e temporali che un direttore di produzione deve considerare?
«La tecnologia può sicuramente agevolare e ampliare la creatività nei grandi eventi, ma bisogna sempre rapportarla ai vincoli di budget e di tempo. In produzioni di lunga durata, che girano il mondo per diversi anni, è possibile ammortizzare investimenti molto elevati e introdurre innovazioni tecnologiche anche costose, perché c’è il tempo necessario per rientrare delle spese. In produzioni più brevi, invece, come quelle che durano solo poche settimane o mesi, questo non è possibile: i costi devono essere recuperati in tempi ridotti e quindi certe soluzioni non sono sostenibili. A volte capita che un artista decida di investire personalmente per una scelta creativa fuori budget, ma non è la norma».
«Il mio compito, come direttore di produzione, è proprio quello di bilanciare creatività e fattibilità: capire fino a che punto ci si può spingere, integrare la tecnologia dove è davvero utile e mantenere sempre un equilibrio tra visione artistica, sostenibilità economica e vincoli logistici. In questo modo la tecnologia diventa uno strumento che rende possibile la creatività, ma sempre entro i confini realistici di tempo e risorse».
Il lavoro di squadra
Come si integrano le altre squadre che collaborano con la tua società e le figure provenienti da ambiti diversi (ingegneria, design, sicurezza, comunicazione) all’interno di una produzione?
«Il mio ruolo di direttore di produzione è quello di essere il perno centrale attorno al quale ruotano tutte le squadre coinvolte in uno show: ingegneri, designer, tecnici, rigger, addetti alla sicurezza, comunicazione e backliner. Coordino e integro questi reparti attraverso un piano di produzione, un documento operativo che scandisce ogni fase del montaggio, delle prove, dello show e dello smontaggio in un arco di 24-48 ore, evitando conflitti e sovrapposizioni».
«Per redigere un piano efficace è indispensabile conoscere a fondo le problematiche di ogni dipartimento: dal palco alle scenografie, dalle luci agli appendimenti in quota. È un mestiere empirico, che si impara sul campo con anni di esperienza e capacità di anticipare i problemi. La complessità aumenta perché i tour “stadio” oggi includono anche arene, ippodromi o piazze, ciascuna con logistiche diverse: un progetto pensato per uno stadio deve essere adattato a contenitori differenti, con vincoli di accesso, dimensioni e tempistiche variabili».
«A mio avviso, in Italia la produzione è più difficile rispetto ad altri Paesi europei, per tempi e modalità meno lineari, ma nonostante ciò si riescono a realizzare eventi di altissimo livello. La mia responsabilità è garantire che tutte le squadre si integrino in un flusso coordinato, rispettando vincoli tecnici, logistici e di sicurezza e trasformando il “progetto” in uno spettacolo concreto senza margini di errore».
Una visione a 360°
Quale qualità umana ritieni indispensabile in un tecnico di produzione e quando un episodio incappato in un errore si è trasformato in un’opportunità creativa?
«Nel grande evento la qualità umana indispensabile è la pazienza, perché ogni giorno bisogna gestire centinaia di persone con esigenze e tensioni diverse; a questa si aggiungono empatia e capacità di trasmettere sicurezza e serenità, elementi che permettono di mantenere il controllo e guidare il lavoro di squadra. Il direttore di produzione deve avere una visione a 360° e non può delegare scelte cruciali ai fornitori, altrimenti rischia di perdere il controllo e di vedere prevalere interessi individuali a scapito della coerenza dello show».
«È un lavoro complesso e faticoso, fatto di viaggi continui, lontananza da casa, condizioni spesso scomode e tempi serratissimi, in cui le tensioni emergono inevitabilmente: proprio in quei momenti serve la capacità di riportare equilibrio, quasi come un “padre” che ristabilisce ordine e calma, con competenze psicologiche di ascolto, comprensione e mediazione, affinché la squadra si senta protetta e guidata».
«Per anni ho visto impostato il modello del “terrore”, con capi che comandavano senza spiegazioni, ma il rispetto si conquista con la competenza reale, con la conoscenza tecnica di ogni reparto e con la capacità di creare un ambiente sereno e coeso. Io non ho mai imposto il mio ruolo: preferisco che gli altri lo percepiscano naturalmente attraverso il modo in cui coordino e gestisco il lavoro, così che anche un errore possa trasformarsi in una proposta creativa, perché la squadra si sente libera di collaborare e proporre soluzioni senza paura. Ho fondato questo lavoro sul margine dell’errore, che ha sempre aperto soluzioni di enorme crescita evolutiva, e spesso il risultato finale si è rivelato migliore del previsto».
Un’esperienza da tramandare
Puccio, hai mai valutato l’idea di istituire una vera e propria scuola di formazione, strutturata con programmi multidisciplinari che trasferiscano competenze dalla progettazione teorica alla pratica operativa in tutte le branche della produzione di eventi live?
«Non ho mai creato una scuola strutturata, ma di fatto ho sempre insegnato: chi lavora con me riceve spiegazioni continue e una visione completa del lavoro, dal dettaglio tecnico fino all’organizzazione generale. Molti collaboratori hanno imparato molto, ma spesso si sono sentiti pronti troppo presto e ho dovuto separarli».
«Oggi credo che servirebbe davvero un corso multidisciplinare che unisca teoria e pratica, perché questo mestiere si impara sul campo ma una base tecnica è fondamentale: studi come l’architettura, ad esempio, aiutano a comprendere spazi e logiche di progettazione. Io stesso sono arrivato a fare il direttore di produzione dopo aver ricoperto tutti i ruoli possibili, dal montaggio al backliner, fino allo stage manager. È proprio questa esperienza a 360° che mi ha permesso di acquisire la consapevolezza necessaria per gestire eventi complessi e che vorrei trasferire in modo più strutturato alle nuove generazioni».
La creatività
La tua società firma anche le divise dei tecnici con grafiche personalizzate: come vengono ideate e scelte da te?
«Le grafiche personalizzate che realizzo nascono dal mio passato musicale: per anni ho suonato e mi divertivo a creare loghi e immagini per le band, un esercizio che ho portato dentro la mia società. Oggi tratto la produzione come se fosse un gruppo musicale: ogni grafica diventa un segno identitario, un modo per dare percezione e rafforzare lo spirito di squadra».
«Non seguo un processo rigido: mi piace ideare quando arriva l’ispirazione, collegando i payoff della società a concetti più ampi, legati al mio vissuto o a riferimenti culturali. Amo mischiare linguaggi diversi, soprattutto cinema e musica, riportando frasi e immagini che mi colpiscono. Una delle grafiche che preferisco, ad esempio, nasce dal film “Il Grande Lebowski”: l’idea del tappeto che “dà tono alla stanza” l’ho trasformata in un’immagine che richiama il senso di coesione e identità ed è diventata una delle più apprezzate».
«Queste grafiche le uso soprattutto per magliette e divise dei tecnici, spesso come regalo, non come prodotto commerciale. Sono segni visivi che raccontano un modo di essere, più che lo show stesso, e che possono adattarsi a qualsiasi contesto. Per me rappresentano un’estensione naturale dell’inventiva: un linguaggio visivo che accompagna la produzione e la rende riconoscibile».




