Il cancro come disuguaglianza sociale: nascere al Sud può decidere la sopravvivenza

Disuguaglianze economiche e territoriali provocano esilio silenzioso

Chi è nato nel Sud ha meno probabilità di guarire. Perché la migrazione sanitaria non è solo viaggio: è sentenza sociale. È la prova che l’Italia non è una sola, che la salute non è uguale per tutti e che nascere a Napoli o a Milano può significare guarire o morire. I malati di tumore si spostano: non per turismo, ma per disperazione. Un esilio silenzioso, fatto di treni notturni, di viaggi in ambulanza, di famiglie che lasciano casa e lavoro per seguire una speranza; con loro viaggiano la paura, la rabbia, la povertà… la speranza. Il cancro si può curare, ma non si può affrontare da soli; oggi in Campania, nel Sud, troppo spesso i malati di tumore vengono lasciati soli.

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L’altra guerra

Soli, anche quando la battaglia sembra vinta, ma comincia l’altra guerra: quella contro la burocrazia. Non si può negare la dedizione dei medici, la professionalità degli oncologi, l’umanità di tanti infermieri, lasciati soli, che ogni giorno reggono il peso della disperazione loro e dei malati. Parliamoci chiaro: le strutture, tranne rare eccezioni, non sono all’altezza, il personale è insufficiente, stressato, stremato e la rete territoriale è una promessa mai mantenuta.

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Il percorso di presa in carico, dalla diagnosi alla dimissione, alle visite di controllo, è un labirinto che inghiotte energie, tempo e speranza. L’assistenza psicologica, che dovrebbe essere parte integrante delle cure, non esiste o è affidata al volontariato. L’assistenza domiciliare è insufficiente per mancanza di risorse. E quando arriva la fine, per i malati terminali, spesso non c’è neanche un ambiente dignitoso; tanti finiscono i loro giorni in una rianimazione, tra le macchine, le urla, i bip, in un clima che nulla ha di umano, lontani dagli affetti e dal conforto. Il dolore, in Italia, non è ancora considerato un diritto da alleviare. Le famiglie sono sole. Senza orientamento, senza sostegno, senza una voce che le supporti, che le guidi.

E mentre i politicanti si riempiono la bocca di «piani oncologici nazionali», con sigle deprimenti e inumane come ROR, GOM, PDTA, SCP, ecc., le persone reali soffrono e muoiono di attese e burocrazia. Lo denuncio da anni, da medico, da giornalista, da uomo: questa non è sanità, è sopravvivenza organizzata. Bisogna ricostruire il percorso umano della cura, restituire dignità ai malati e forza ai medici. Non bastano i farmaci se manca la mano, non bastano le strutture se manca il cuore, non bastano le leggi se mancano i fatti. Noi non ci fermeremo finché chi combatte contro il cancro non potrà farlo in un Paese che lo accompagna, lo ascolta, lo cura e… non lo lascia morire di dolore e solitudine.

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Savio Marziani
ex direttore sanitario
degli ospedali di Castellammare e Boscotrecase

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