Ex Ilva, tra crisi e futuro: lo stabilimento sospeso tra decarbonizzazione, acciaio, politica ed… Elon Musk

Il 31 luglio l’incontro per l’accordo di programma interistituzionale

Il destino dello stabilimento ex Ilva di Taranto, simbolo dell’industria pesante italiana e al contempo del suo dramma ambientale, resta appeso a un filo. Il 31 luglio è confermato al Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) l’incontro decisivo per definire l’accordo di programma interistituzionale, che dovrebbe avviare la decarbonizzazione dell’impianto. Tuttavia, il quadro resta incerto, zavorrato da una crisi produttiva senza precedenti e da uno stallo istituzionale che sembra insormontabile.

Nel 2024 sono state prodotte soltanto 2 milioni di tonnellate di acciaio, contro i 6 necessari per la sostenibilità economica. Solo uno dei cinque altoforni è operativo; gli altri sono fermi per manutenzione o sotto sequestro giudiziario. L’azienda perde oltre 40 milioni al mese, mentre 3.500 dei suoi 8.000 lavoratori sono in cassa integrazione.

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Sul fronte istituzionale, la situazione è altrettanto compromessa: le dimissioni del sindaco Bitetti – eletto a giugno e sostenuto da una fragile maggioranza di centrosinistra – hanno riacceso tensioni tra comitati ambientalisti e parti produttive. Bitetti, contrario all’arrivo del rigassificatore e critico sull’AIA appena concessa, ha denunciato «l’impossibilità di un’agibilità politica» dopo essere stato oggetto di intimidazioni. Senza l’approvazione degli enti locali, l’accordo ministeriale rischia di naufragare prima ancora di nascere.

Intanto la trattativa per la cessione dell’impianto a Baku Steel – società azera che aveva manifestato interesse per un’acquisizione da un miliardo di euro – appare ormai paralizzata, anche alla luce delle condizioni strutturali dell’acciaieria e delle oltre 470 prescrizioni ambientali richieste.

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La proposta per la Gigafactory

In questo contesto sfibrato e confuso, torna a circolare un’idea già emersa nel 2021: la trasformazione dell’ex Ilva in una Gigafactory di Tesla. A rilanciarla, stavolta, è l’associazione no profit Tesla Owners Italia, che invita Elon Musk a valutare seriamente la riconversione dell’area siderurgica di Taranto in uno dei principali poli europei per la produzione di auto elettriche, batterie e componentistica green. Il tutto, si promette, a zero emissioni.

«Non è utopia ma coerenza industriale, occupazione pulita e competitività futura», dicono i promotori, che denunciano la contraddizione tra l’accordo del governo – basato ancora sul gas fossile – e gli impegni climatici assunti in sede europea. Il piano attuale, sostengono, non decarbonizza davvero, ma allunga la dipendenza energetica da combustibili inquinanti fino al 2038.

La proposta può apparire velleitaria, ma merita almeno una riflessione: perché non considerare Taranto come sede di una nuova filiera tecnologica e sostenibile, sulla scia delle trasformazioni industriali avviate in altri paesi europei? Perché non trasformare una ferita ambientale in un volano per la nuova manifattura verde?

Gli astri politici sono pure potenzialmente allineati: non è recente infatti l’amicizia fra Elon Musk e Giorgia Meloni, e di questa con Donald Trump, che più volte ha apprezzato la giovane premier italiana per la sua capacità, vedendo forse in lei la persona che più sta puntando al futuro, non più una tattica ma una stratega che mira alle stelle.

Gli interrogativi

Le questioni, certo, sono molteplici. Chi garantirebbe la riconversione dei lavoratori? Sarebbe sostenibile dal punto di vista economico e infrastrutturale? Musk – notoriamente attratto da progetti ad alto impatto simbolico e territoriale – si lascerebbe tentare da un’operazione di tale portata in Italia, dove la burocrazia rallenta tutto e i conflitti politici paralizzano le scelte?

Eppure, in uno scenario in cui la vecchia industria arranca, le proposte radicali non sono solo provocazioni. Possono rappresentare un catalizzatore per un dibattito che oggi appare bloccato tra nostalgie siderurgiche e ambientalismi difensivi.

Ex Ilva: un’Italia sospesa tra passato e futuro

Le infrastrutture del Mezzogiorno si prestano molto alle riconversioni, e l’Italia meloniana ha voglia di innovazione, cambiamento, di porre in essere una sfida alle stelle 2.0. Fra Ilva, CIRA di Capua, stabilimenti di Termini Imerese e chi più ne ha più ne metta, il Sud potrebbe diventare realmente un Hub strategico per la mobilità sostenibile e l’innovazione tecnologica al centro del Mediterraneo.

La questione ex Ilva è l’emblema di un’Italia sospesa tra passato e futuro. Da un lato, l’urgenza di non abbandonare un sito industriale strategico; dall’altro, la necessità di superare definitivamente un modello produttivo che ha lasciato sul territorio costi ambientali e sanitari enormi.

Musk o non Musk, ciò che serve davvero è una visione. Una visione che non sia solo tecnica o finanziaria, ma che restituisca speranza e prospettiva a una città martoriata. Forse, proprio da Taranto, può nascere un nuovo paradigma industriale italiano.

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