Elly Schlein e l’ipocrisia Pd: attacca Meloni ma s’inginocchia a Bruxelles

E accusa la premier di non fare quello che lei definisce sbagliato

In politica, si sa, la coerenza non è sempre di casa. Ma quando l’ipocrisia diventa così sfacciata da trasformarsi in un paradosso ambulante, vale la pena raccontarla. È il caso di Elly Schlein, che ancora una volta ha deciso di salire in cattedra per impartire lezioni a Giorgia Meloni, con il tono severo di chi crede di aver capito tutto, ma con la memoria corta di chi si dimentica cosa ha detto appena dieci minuti prima.

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«Non parla Giorgia Meloni, nemmeno di fronte alla prepotenza del suo amico Trump che minaccia dazi al 30% per l’Europa e l’Italia dal primo agosto». Così ha tuonato la segretaria del Pd, mentre sciorinava la sua requisitoria contro la presidente del Consiglio, accusata di silenzio e di inerzia davanti ai fulmini commerciali scagliati dagli Stati Uniti.

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Schlein si è spinta oltre: ha evocato il fantasma delle imprese che rischiano di chiudere, dei posti di lavoro che potrebbero evaporare, delle categorie produttive in allarme. Ha agitato lo spettro di una maggioranza che, secondo lei, sarebbe «sempre più allo sbando», con Matteo Salvini che se la prende con l’Unione Europea pur di non riconoscere che il suo “idolo” Trump potrebbe essere la vera minaccia.

E poi, come se non bastasse, l’affondo personale: «Ora però Meloni scenda per un giorno dal volo con cui viaggia per il mondo a stringere mani fingendo che in Italia vada tutto bene, esca dalla modalità aereo e si prenda le sue responsabilità davanti al Parlamento e quindi al Paese».

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Fin qui, il solito repertorio di accuse, condito dalla retorica d’opposizione che non rinuncia mai a un pizzico di teatro. Peccato che, appena dopo, la stessa Schlein abbia messo il vestito buono e, con tono molto più istituzionale, abbia predicato l’unità europea: «Io credo che l’Europa debba stare unita e compatta e che sarebbe deleterio avviare una strategia di negoziazioni bilaterali per dare ragione alla strategia di Trump, che è sicuramente quella del divide et impera».

La partita commerciale

Insomma, cosa dovrebbe fare Meloni, secondo la segretaria Pd? Da un lato la accusa di non intervenire, dall’altro la invita a sostenere compatta l’Unione Europea – che è esattamente quello che Giorgia Meloni sta facendo. La premier ha già chiarito che la partita commerciale con gli Stati Uniti non può certo giocarsi a Roma, perché è Bruxelles ad avere la titolarità di trattare con Washington. Non è l’Italia che può sedersi al tavolo con la Casa Bianca, ma l’Unione Europea.

E mentre Schlein si contraddice con destrezza, Meloni ribadisce la linea del negoziato e il sostegno alle istituzioni europee che hanno il compito di evitare la guerra commerciale. Gli amici della Schlein, invece, spingono per la via delle ritorsioni: una sfida di muscoli che rischia solo di peggiorare le cose, scatenando una spirale di danni economici ben più gravi.

«Mi auguro che sia un altro elemento di clamore ma che da qui al primo agosto ci sia ancora il tempo per chiudere un accordo e sventare questa guerra commerciale», ha concluso Schlein. Difficile darle torto su questo punto, ma ancora più difficile capire da che parte voglia stare davvero.

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