Minacce a Saviano e Capacchione: confermata la condanna per il boss Bidognetti

Stessa decisione per il suo legale

Un pianto liberatorio tra gli applausi per un’«odissea» durata 16 anni. Così Roberto Saviano aveva definito tutto questo tempo vissuto dopo quel proclama di odio e minaccia che partì nei confronti suoi e della giornalista Rosaria Capacchione, proprio dall’interno di un’aula giudiziaria nel 2008, dal boss dei Casalesi, Francesco Bidognetti, e dal suo difensore, l’avvocato Michele Santonastaso. La Corte d’Appello di Roma si è pronunciata confermando le condanne ad un anno e mezzo di carcere per il capoclan (già detenuto in regime di carcere duro dal 1993) e ad un anno e due mesi per il suo legale.

Il fatto avvenne durante il processo di appello Spartacus a Napoli, quello al clan dei Casalesi, e portò di fatto all’innalzamento della scorta per lo scrittore campano. «Mi hanno rubato la vita», ha commentato Saviano, il quale dopo la lettura della sentenza ha abbracciato in lacrime il suo legale, Antonio Nobile, mentre alle loro spalle dall’aula partiva un applauso.

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«Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno – ha aggiunto – ma ho la dimostrazione che la camorra in un’aula di tribunale, pubblicamente ha dato la sua interpretazione: che è l’informazione a mettergli paura. Ora abbiamo la prova ufficiale in questo secondo grado che dei boss con i loro avvocati firmarono un appello dove – sottolinea lo scrittore – misero nel mirino chi raccontava il potere criminale. E non attaccarono la politica ma il giornalismo insinuando che avrebbero ritenuto i giornalisti, e fu fatto il mio nome e quello di Rosaria Capacchione, i responsabili delle loro condanne. Non era mai successo in un’aula del tribunale in nessuna parte del mondo», spiega Saviano, che già dal 2006 vive sotto scorta per le minacce ricevute dal clan dei Casalesi.

Capacchione: «Sentenza è un punto fermo»

«Questa sentenza è un punto fermo. Sono diciassette anni e mezzo di vita passati a pensare a quel documento letto in aula, al significato, alle ripercussioni. È un pezzo di vita, un pezzo di vita importante che ha condizionato l’esistenza professionale» spiega invece all’Adnkronos Rosaria Capacchione che aggiunge: «C’era stata una strategia che aveva individuato in maniera anomala in giornalisti, scrittori, magistrati, i ‘responsabili’ di quegli ergastoli nel processo Spartacus. Dopo diciassette anni e mezzo è un pezzo di storia che si ricostruisce»

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Le minacce in aula

Questa è solo l’ennesima tappa di un lungo procedimento, nel quale sono parte civile la Federazione nazionale della stampa italiana e l’ordine dei giornalisti. Di fatto la Corte di Appello ha confermato quanto stabilito già in primo grado i giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Roma, che avevano riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso al reato di minaccia.

I fatti risalgono al 13 marzo del 2008: nel corso del processo d’appello del maxiprocesso Spartacus, che vedeva alla sbarra i vertici del feroce clan camorristico, l’avvocato Santonastaso lesse un documento, nell’ambito di una richiesta di ricusazione della Corte, tirando direttamente in ballo il libro Gomorra, best seller di Saviano, e gli articoli che Capacchione scriveva per il quotidiano ‘Il Mattino’. Per l’avvocato del boss quanto scritto dai due poteva influenzare i giudice della Corte.

In altri termini, come emerso dall’indagine della direzione distrettuale antimafia di Napoli, erano minacce agli autori degli scritti. Il processo era poi approdato a Roma dopo che la Cassazione, otto anni fa, aveva annullato la sentenza della Corre d’Appello di Napoli trasferendo per competenza territoriale il procedimento nella capitale.

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