«Senza paura»: il sacrificio di Giuseppe Salvia rivive nella memoria collettiva

Antonino: «Mio padre è stato ucciso per aver fatto il proprio dovere»

Tanta emozione sabato pomeriggio nella sala del Circolo Nazionale di Caserta per il convegno «Senza paura… Giuseppe Salvia, una storia da raccontare»; l’evento, promosso dall’associazione Invisibili, ha riportato alla luce una pagina dolorosa ma esemplare della nostra storia: quella di Giuseppe Salvia, il vicedirettore del carcere di Poggioreale assassinato dalla camorra il 14 aprile del 1981. Durante la conferenza sono stati toccati i punti più sensibili che hanno portato al sacrificio dell’allora vicedirettore della casa circondariale, che oggi porta il suo nome.

La giornalista Matilde Crolla, moderatrice dell’incontro, ha saputo tessere con maestria i fili di una narrazione che ha toccato le corde più profonde dell’anima dei tanti presenti alla conferenza, ricordando come, a volte, per comprendere il presente bisogna fare i conti con il passato.

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«Mio padre è stato una vittima solo per aver scelto di fare il proprio dovere»

Carica di emozione la testimonianza del figlio di Salvia, Antonino, oggi funzionario del Ministero della Giustizia, che da oltre vent’anni si adopera per promuovere la cultura della legalità, soprattutto tra i giovanissimi: «Mio padre, un uomo dalle spalle larghe in un’epoca in cui molti preferivano voltare lo sguardo dall’altra parte, lui, insieme ad altri padri di famiglia, è stato una vittima solo per aver scelto di fare il proprio dovere».

È doveroso che questi eventi non servano soltanto a mantenere vivo il ricordo, ma che fungano da volano per le nuove generazioni, affinché comprendano quanto la malavita sia un cancro che lacera la società e che deve essere estirpato. Prosegue Salvia: «Dobbiamo partire dalla scuola, già dalle ultime classi delle elementari, dove i bambini iniziano a farsi una prima idea di socialità; è opportuno contrastare l’emulazione di falsi miti che, attraverso i social, echeggiano messaggi deviati. Ribadisco, la legge del più forte porta soltanto in due direzioni, e sono entrambe drammatiche: se ti va bene, finisci in carcere; diversamente, al cimitero».

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«La mafia cambia, ma si nutre sempre di silenzio e connivenza»

Il questore di Caserta, Andrea Grassi, presente all’evento, ha colto l’occasione per tracciare un parallelismo tra la mafia degli anni ’80 e quella odierna: «Eventi come questo servono per riflettere sul nostro passato, affinché fatti del genere non siano più parte del nostro futuro; i giovani devono credere nello Stato e capire i sacrifici che sono stati fatti da nobili uomini dello Stato in nome della giustizia; avere sfiducia verso di esso è una cosa sbagliata. Può esserci rabbia, ma il corpo sociale è positivo».

Alessandro Scirocco, dell’associazione Invisibili, ha messo in evidenza come la mafia abbia sempre cercato di adattarsi ai tempi, continuando a nutrirsi di silenzio e connivenza. Un’analisi condivisa da Enrico Trapassi, vicepresidente dell’associazione Invisibili, che ha posto l’accento su quanto il virus mafioso fosse mutato, anche se il vaccino resta lo stesso: diffondere la cultura della legalità attraverso l’esempio di uomini che hanno scelto di lottare contro il male criminale.

«Siani, Adinolfi, Salvia sono esempi fondamentali per le giovani generazioni; storie che vanno raccontate nelle scuole, nelle parrocchie e in tutte le comunità. I giovani – continua Trapassi – sono sensibili a questi temi, dobbiamo soltanto migliorare il modo di comunicare con loro per stimolarli in questa direzione».

La conferenza si è conclusa con un lungo applauso dedicato alla memoria di Giuseppe Salvia, un servitore dello Stato che ha pagato con la vita la fedeltà ai propri principi. «Chi si volta dall’altra parte diventa complice»: questo il monito finale lanciato dalla platea.

Un pomeriggio che ha dimostrato come, a quasi quarantacinque anni dal suo sacrificio, la storia di Giuseppe Salvia non sia acqua passata, ma una fiaccola ancora accesa che illumina il cammino di chi crede nella giustizia. L’evento ha messo in chiaro che la battaglia contro la criminalità organizzata non si combatte solo nelle aule dei tribunali, ma anche e soprattutto nella coscienza civile di ognuno di noi. Perché, come amava ripetere lo stesso Giuseppe Salvia, «la legalità non è un optional, ma l’ossigeno della democrazia».

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