Tra cinema, teatro e tv, Patrizio Rispo si racconta: «Il nostro lavoro è scoprire nuovi mondi»

L’artista a ilSud24: «Un mestiere bellissimo ma durissimo»

«Io sono curioso, vado a cercare persone, ascolto, mi interesso dei perché degli altri». Patrizio Rispo si racconta a ilSud24 tra televisione, teatro, cucina e un amore viscerale per Napoli. C’è un’energia generosa nel bravo attore che non ha mai smesso di cercare storie, volti, vite. Per il grande pubblico è da quasi trent’anni il volto sorridente e rassicurante di Raffaele Giordano, il portiere storico della soap «Un posto al sole», ma il suo percorso artistico attraversa diversi decenni e tre forme d’arte diverse: teatro, televisione e cinema. Con un tratto distintivo sempre riconoscibile: la passione per l’umanità.

Il cinema e la televisione: scelte diverse ma complementari

«Per come sono fatto io, la mia grande ambizione era fare cinema. Sono assetato di vite, e il cinema, specie quello in costume, ti permette di esplorare mondi, epoche, culture. Ma paradossalmente è ciò che ho fatto di meno. La televisione, invece, mi ha dato stabilità e felicità. Mi permette di ‘suonare la mia partitura’ e lavorare 300 giorni all’anno, cosa ormai rarissima», afferma Patrizio Rispo, che non dimentica mai di sottolineare quanto sia importante, oggi più che mai, difendere la dignità della professione attoriale.

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«Lotto affinché vengano tutelati i miei colleghi più giovani. È un mestiere bellissimo ma durissimo. Anche il teatro, che amo profondamente, vive ormai di tournée brevi, e poi si ferma. Però resta fondamentale: è la vera palestra dell’attore, quella che ti insegna a dosare emozioni, freddezza, lucidità. Teatro, cinema, televisione: tre modi diversi di essere attore, tre mondi che ti formano in maniera diversa».

Patrizio Rispo, la sfida di Raffaele Giordano e il laboratorio continuo

La lunga avventura con «Un posto al sole», iniziata nel 1996, non è mai stata per lui un punto d’arrivo, ma un laboratorio continuo. «Sono curioso, sempre. E questa curiosità l’ho riversata nel mio personaggio. Non ho mai voluto che Raffaele diventasse una maschera. Ogni volta l’ho vissuto in modo diverso: cattivo quando doveva esserlo, tenero con la moglie, passionale quando serviva. In un certo senso, ho fatto tutti i film che non ho potuto fare, proprio dentro quel personaggio. Così ho evitato anche la routine, che per me è noiosa. Se mi annoio io, si annoia anche il pubblico», afferma l’attore.

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Uno sguardo al futuro e alla ricerca di nuove sfide

Pur consapevole del valore di un lavoro stabile, Patrizio Rispo guarda al futuro con lo stesso spirito d’inizio carriera. «Vorrei interpretare un personaggio che non somigli né a me né a Raffaele. Più è distante da me, più mi attrae. Dopo tanto tempo nei panni del portiere di Palazzo Palladini, mi piacerebbe essere un ricco spietato, magari un cattivo. Amo i film in costume, e ho una vera passione per i cavalli. Dove ci sono cavalli, io corro. Il nostro mestiere è esplorare mondi, e io voglio continuare a farlo».

Incontri che hanno segnato il suo cammino

Ha lavorato con con tanti personaggi di grande spessore come Massimo Troisi, Mario Martone e Nanni Loy e, tra i ricordi più intensi del suo percorso, Rispo cita diversi nomi che per lui hanno rappresentato molto più di semplici colleghi. «Valeria Miriconi è stata una grande maestra di vita e di teatro. Con lei ho fatto sei spettacoli e sono stato sei-sette anni in compagnia. Poi Vittorio Caprioli: da lui non solo ho imparato tanto, ma mi sono anche divertito tantissimo. Una notte a Firenze, chiacchierando con lui, è nata l’idea della mia commedia “Il passo napoletano”. Quelle notti lì non si dimenticano».

La cucina: un’atto creativo e affettivo

Ma il teatro e la televisione non sono gli unici campi dove Patrizio Rispo si esprime. C’è anche la cucina, che per lui è un atto creativo e affettivo.

«Recito come cucino. Non seguo mai le ricette alla lettera, improvviso. Come arricchisco la scena, così faccio con i piatti. Il mio libro “Un pasto al Sole” nasce dalle ricette di casa Rispo. Mio padre fece un primo libro di famiglia, io lo trasformai nella bomboniera del mio matrimonio. Poi divenne un gadget natalizio della Rai, e infine un editore lo pubblicò. È un libro che cammina da solo. Quando mi sono trasferito a Roma, ho portato le ricette di casa con me e le ho cucinate per tutti gli attori che passavano da casa mia».

Il risultato di duemila sangui diversi

Essere napoletano, per Patrizio Rispo, è una forza e una responsabilità. «È sicuramente un vantaggio, ma bisogna lottare per non restare imprigionati nelle etichette. A noi napoletani spesso assegnano ruoli coloriti, ma possiamo fare tutto. Abbiamo un’arte dentro, una creatività straordinaria. Basta uscire in strada a Napoli per vedere attori naturali ovunque: è un popolo che sa comunicare. Questo viene anche dalla nostra storia: siamo il risultato di duemila sangui diversi, mescolati insieme».

Il legame con Napoli, del resto, è qualcosa di profondo e inscindibile. «Mia moglie sta scrivendo un libro su di me che si chiama “Ho sposato Napoli”. Io sono cresciuto nel centro storico. Passavo le giornate per strada, nelle botteghe degli artigiani, a parlare con tutti. Quegli stimoli mi sono rimasti dentro. E quando, dopo vent’anni, sono tornato, ho ritrovato tutto. Per me è fondamentale vivere in una città che ti stimoli, che ti insegni ogni giorno qualcosa. Napoli è la mia scuola di vita quotidiana», conclude Patrizio Rispo, con quella lucidità dolce e piena che solo chi ha osservato tanto, e amato tanto, riesce a conservare.

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