Uccisa a sassate dal marito: tasse-beffa per la famiglia della vittima

L’Agenzia delle Entrate chiede soldi su un risarcimento mai ricevuto

Seimila euro di tasse sul risarcimento da 1 milione e 200 mila euro che avrebbero dovuto ricevere dall’assassino della loro figlia. Soldi mai arrivati, nonostante questo prevedesse una sentenza definitiva, quando al contrario, puntuale, è stata recapitata la richiesta dell’Agenzia delle entrate in triplice copia: alla madre, al padre ed alla sorella.

A poco più di 26 anni dall’omicidio dell’allora trentenne Giulia Galiotto, uccisa a colpi di pietra dal marito Marco Manzini (era il febbraio del 2009), il dolore dei parenti della vittima di quel femminicidio che scosse la piccola comunità di San Michele dei Mucchietti, a Sassuolo, in provincia di Modena, viene ravvivato da quella che la madre di Giulia Galiotto, Giovanna Ferrari, definisce oggi «una violenza economica da parte delle istituzioni».

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La famiglia si è opposta alla richiesta dell’Agenzia delle entrate, presentando ricorso: «I soldi, per fortuna, non sono il nostro problema – chiarisce la mamma di Giulia Galiotto che da anni si impegna, dopo la morte della figlia, in un’opera di sensibilizzazione rispetto alla violenza di genere – Ma molte donne svantaggiate dal punto di vista economico non affrontano percorsi giudiziari come il nostro e rinunciano al risarcimento, proprio per il rischio di trovarsi in questa situazione». Il milione ed i duecentomila euro erano stati stabiliti in via definitiva assieme alla condanna a 19 anni di carcere per il marito.

L’omicidio di Giulia Galiotto e la condanna

Manzini, originario di Scandiano in provincia di Reggio Emilia, aveva convinto Giulia Galiotto a raggiungerlo a casa dei propri genitori a San Michele dei Mucchietti, in garage, e nel corso di una successiva lite aveva impugnato un sasso colpendo ripetutamente la donna alla testa, fino a provocarne il decesso. Successivamente si era liberato del corpo facendolo finire nel non lontano fiume Secchia; aveva inscenato il suicidio della moglie. Ma la trama costruita dopo l’omicidio non aveva retto alle indagini dei carabinieri.

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Condannato a 19 anni di carcere a seguito di una sentenza che non ha riconosciuto la premeditazione, Manzini ha ottenuto la semilibertà nel 2022, tornando a piede libero lo scorso anno. L’ultimo contatto tra l’uomo e la famiglia di Giulia quando lui, attraverso il proprio legale, aveva scritto ai parenti della vittima proponendo una somma di 50 euro al mese come mediazione penale. Cifra ben distante dal milione e 200 mila euro stabilita dal tribunale.

Negli ultimi tre anni era stato soggetto alla messa alla prova ai servizi sociali in regime di semilibertà «e gli era stato dato – aggiunge Giovanna Ferrari – un impegno a tempo pieno e con un contratto a termine in un’azienda reggiana, dove svolgeva un lavoro analogo a quello che aveva prima dell’arresto. Avevamo ottenuto il pignoramento di un quinto dello stipendio che percepiva. Alla fine del luglio scorso, da quando è un uomo libero, si è licenziato. Ad oggi non sappiamo se e dove lavori».

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