Al festival di Tindari il teatro civile come consapevolezza matura

«Le sorelle N» di Riccardo Rizzi: un ritratto delle tante versioni di una femminilità convinta che decide di affrancarsi da un destino cinico e baro

Alla tenuta Giovenco di Patti (provincia di Messina) inizia il festival di Tindari, con un cartellone concepito, predisposto, organizzato e diretto da un esponente di rilievo del mondo teatrale italiano e non solo: Tindaro Granata.

Con l’occasione d’esordio del 2024 si è rappresentata la piece scritta e diretta da Riccardo Rizzo: “LE SORELLE N.” con l’interpretazione di Maria Chiara Pellitteri, Noemi Scaffidi, Miriam Aurora Scala, Silvia Trigona.

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Si tratta di Teatro di denuncia civile con uno sguardo rivolto all’animo profondo ed alla declinazione della ribellione femminile.

La storia parte da quando quattro sorelle nel 2006 subiscono, in quanto proprietarie di terreni coltivati a grano, intimidazioni da parte della mafia in seguito alla morte del padre. Conseguentemente devono decidere, nei travagli interiori e nell’attraversamento del dolore, se abbandonare la terra natia o cercare di difendere i terreni e la propria dignità.

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Da subito le reazioni delle quattro donne si mostrano variegate e , nell’articolazione rappresentativa, complesse per il temperamento caratteristico di ciascuna di loro, di fronte alla violenza, alle paure ed alla rabbia. Ciascuna reagisce a modo proprio ed in ciascuna emergono le rughe intelligenti di donne che vivono il lutto, ma che vogliono riscattarsi. Il dolore che le nutre e le segna fa sgorgare quelle lacrime che vengono tutte bevute con sofferenza. Decidono così col metabolizzare il dolore di dare corso alla rielaborazione del lutto visto come attraversamento della vita e rivolto alla conquista del rispetto che non hanno mai ricevuto in quella realtà brulla, cruda, terribilmente violenta in cui le donne vengono abitualmente percepite nella loro esclusiva fragilità.

Quattro donne sole decidono, quindi, di reagire al dolore ed alla violenza, rispondendo così al sarcasmo della vita. Di quella vita che offre solo cattiveria e soperchieria. Certo alle minacce ed al dolore, dopo la morte del padre, dovranno impattarsi anche con l’uccisione di una cagna, gesto vigliacco ed infame per intimorire. E qui strette in una via senza uscita dovranno decidere se tacere o parlare, ovverosia come donne che, in qualche maniera, devono reagire alla morte ed al senso di frustrazione o rimanere schiacciate dal peso della sconfitta definitiva.

Qui bisogna comprendere ed imparare se ricordare o non ricordare. Perché il dolore taciuto è come l’ictus di un padre adorato (il loro) e che, con la sua morte ha privato le figlie di protezione e di un futuro sereno. Rileva in questo dolore la necessità di reagire e rispondere alla offerta del crimine organizzato che intenderebbe acquistare la terra che valeva tanto in termini di dignità per il dolore vissuto. Queste quattro caparbie donne subiscono l’intimidazione e l’attentato con i massi collocati sulla strada del loro percorso rigenerante. E con una scrittura teatrale immaginifica subiscono la violenza… colpite dalle pietre. Ma così sono costrette a giungere alla consapevolezza di non cedere e non accettare il peso di una terra cinica e bastarda, perché barbara. E decidono di ribellarsi. E scelgono in siffatta maniera di rimanere nella loro terra per vivere e resistere con la loro dignità.

In uno spettacolo ben fatto nella sceneggiata essenzialità si fa il ritratto delle tante versioni di una femminilità perbene che si assume coraggiosamente il compito di affrancarsi da un destino cinico e baro. Così le quattro brave attrici impersonano il rifiuto alle rinunce, nonostante si siano piegate anche alle preghiere per darsi forza. Certo che si sono dovute difendere dal fango della maldicenza. Ma rimanere nel paese, per loro, era essenziale.

E quando per l’ennesima volta hanno dovuto subire il tentativo dell’invasione dei loro campi coltivati a grano da parte delle vacche “mafiose” hanno deciso di lottare per la liberazione da questi crimini e soprusi. Ed il tutto “criminoso” fu portato al cospetto dello Stato, con coscienza e spirito libero, che le condusse fino ad arrivare alla sentenza del Tribunale di Patti sulla mafia dei pascoli, con l’accertamento delle responsabilità e delle verità e con la condanna complessiva di seicento anni di detenzione carceraria.

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