Ue, la premier Meloni punta sul G7 per vincere il risiko di Bruxelles

Un successo a Borgo Egnazia potrebbe darle più forza al tavolo delle trattative

Le elezioni europee alla vigilia del G7 potevano essere un’insidia, e invece sono andate anche meglio di quanto sperasse. Ora Giorgia Meloni conta di infilare un altro successo, al summit, per presentarsi ancora più forte al tavolo di Bruxelles, dove da lunedì partirà la trattativa per la nuova governance dell’Ue.

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Sono due partite formalmente del tutto distinte e sganciate, ma di fatto nella tre giorni fra gli ulivi di Borgo Egnazia ogni gesto e parola potranno essere letti in una duplice chiave. Soprattutto quando la premier si incrocerà con Emmanuel Macron, Olaf Scholz o Ursula von der Leyen. Lo dimostrano già le tensioni sul mancato riferimento al diritto all’aborto, espunto dalla bozza della dichiarazione finale circolata alla vigilia del primo G7 in cui si affaccerà un Pontefice, che ha generato l’irritazione della delegazione francese e quella europea.

Un capitolo che fa riemergere la distanza fra l’approccio di Palazzo Chigi su alcuni temi e quello di altre cancellerie, con cui è tutt’altro che scontato un rapido allineamento nel risiko delle poltrone che contano a Bruxelles. In particolare con l’Eliseo. Ed è a Parigi che guarda soprattutto Meloni, che vorrebbe attendere l’esito delle elezioni parlamentari francesi del 30 giugno-7 luglio prima di vedere entrare le trattative nel vivo. Il cronoprogramma su cui punta von der Leyen per ottenere il bis è decisamente più serrato.

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Il rebus commissario

Chi vuole provare a chiudere in tempi stretti, è il ragionamento che si fa nel partito della premier, dovrà seriamente prendere in considerazione le rivendicazioni di Roma su un commissario di peso e una vicepresidenza esecutiva. La poltrona di Alto rappresentante della politica estera è un’opzione, e in quel caso sarebbe un profilo da non escludere l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, al fianco di Meloni a Borgo Egnazia come sherpa del governo per il G7, nonché direttrice del Dis. Anche se la stessa premier nelle scorse settimane ha fatto riferimento a un portafoglio economico di peso. Il commissario con delega alla Concorrenza resta una soluzione appetibile per Roma.

Sarà difficile, comunque, che la leader di FdI e dei Conservatori europei si sbilanci in alcun modo nelle chiacchiere informali in Puglia, dove intanto le è arrivato anche l’invito dell’alleato Antonio Tajani a «dire la sua sull’indicazione del presidente della Commissione europea». Il leader di FI continua ad auspicare «un’intesa fra popolari, liberali e conservatori», che però al momento non avrebbe i numeri. Mentre l’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini, ha rilanciato il patto con Marine Le Pen per un centrodestra unito anche in Ue.

Zero fretta

Le mosse dell’Ecr guidato da Meloni restano però ancora coperte. Non c’è fretta, dal punto di vista della presidente del Consiglio. Nell’immediato è focalizzata sugli sforzi politici e diplomatici per rendere il vertice in Puglia un successo, soprattutto sui vari capitoli prioritari per l’Italia, dall’immigrazione all’Intelligenza artificiale, oltre ovviamente alle crisi geopolitiche in Ucraina e Medio Oriente.

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Prima della sessione finale di venerdì, Meloni ha in agenda anche il bilaterale con Joe Biden, momento di cruciale importanza come lo sono da sempre tutti i faccia a faccia fra il capo del governo italiano e il presidente degli Stati Uniti. Venerdì sera dovrebbero anche prendere forma definitivamente i paragrafi della dichiarazione finale che riguardano la Cina.

Negli aspetti legati alla guerra in Ucraina ma anche alle dinamiche commerciali e competitive, con i Sette che addebitano al Dragone una sovraccapacità industriale in settori come quelli dei veicoli elettrici e dei pannelli solari. Anche questo è un dossier che rappresenta una sfida complessa. Perché non è lontano il momento in cui Meloni volerà a Pechino per una visita ufficiale. E perché a Bruxelles pare imminente la mossa per aumentare i dazi sulle importazioni di auto elettriche dalla Cina, che potrebbero arrivare fino al 25%.

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