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Immigrazione: Macron fa il bullo e l’Italia rilancia l’asse del Mediterraneo

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I lasciti del governo dei migliori: pressione fiscale al 43,8% e voragine di 43 miliardi prodotta dal Superbonus 110%

Se Macron fa il bullo è perché la sinistra italiana, umiliata alle urne e ormai alla frutta, glielo consente. Basta pensare al sostegno offerto alla scomposta reazione del governo francese e del suo ministro dell’Interno Darmanin che, prima ha accettato di aprire il porto di Tolone, alla Ocean Viking, e prendersi carico dei 234 migrati, disattendendo, comunque, il trattato del Quirinale che ne prevedeva 3.500 e poi, a nave ripartita, ha aggredito l’Italia, definendo «inaccettabile il rifiuto ad accogliere» e minacciando che la Francia ne «tirerà le conseguenze su tutti gli altri aspetti della relazione bilaterale» e invitato l’Ue a fare altrettanto.

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Ma Olanda, Spagna, Germania e Lussemburgo, gli hanno già dato il «due di picche». Non hanno dimenticato, a differenza di Letta & c., che Parigi dal 2013 ha sospeso il trattato di Shengen per la libera circolazione in Europa e dal 2016 ha blindato i confini con l’Italia, utilizzando la polizia armata per fermare con la violenza i migranti.

Un ricatto che sconcerta, evidenziando che il richiamo dell’Ue all’accoglienza, serve soltanto a nascondere la mancanza di solidarietà verso i profughi che per la commissaria svedese Johansson: «sono un falso problema» e allontana quella condivisione della questione migranti che non può pesare solo sull’Italia.

Necessità di condivisione ribadita in una nota sottoscritta da Roma, Cipro, Grecia e Malta ovvero quell’asse mediterraneo dell’Europa che, per la propria posizione geografica, è più esposto ai flussi migratori per il quale «i ricollocamenti non funzionano» e le Ong. Alla sinistra, però, importa soltanto sparare a zero sulla destra e accusare di autoritarismo l’esecutivo, per fomentare l’odio contro il governo.

Il corteo e le minacce

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Da qui, il corteo del Collettivo Universitario di Bologna con il manichino della Meloni appeso a testa in giù e le minacce di Bari contro il ministro Valditara. «Non ti curar di lor, ma guarda e passa», diceva Virgilio e lei va avanti per la strada, tracciata in campagna elettorale. «I cittadini – ha scritto su facebook – ci hanno chiesto di difendere i confini italiani e noi non mancheremo alla parola data»; Piantedosi avverte: «non accettiamo lezioni da nessuno sul rispetto dei diritti umani»; Schifone (FdI) a Rete4 ribadisce: «sì alla solidarietà e all’accoglienza, no all’Italia campo profughi d’Europa». «L’aria è cambiata» ricorda Salvini.

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E un sondaggio di Eurometra per Rete4, rivela che il 63% degli italiani è d’accordo «con la linea del governo sulla questione immigrazione», il 17% «poco d’accordo», il 17% «per nulla d’accordo» e solo il 3% non lo sa. Poi, ha accesso i motori del governo e si è avviata sulla strada del Pnrr che alla fine potrebbe consegnarci un’Italia diversa e sperabilmente migliore.

Ha fatto approvare la Nadef, prodromica alla legge di bilancio 2023 e col decreto «Aiuti quater», al caro bollette ha risposto con il tesoretto di 9,1 miliardi certificato dalla Nadef; ridotto al 90% il superbonus edilizio, destinando i risparmi all’aumento delle pensioni (+ 7,3%) da gennaio 2023; prorogato crediti d’imposta e sconti benzina e rateizzato fino a 36 mesi, le bollette per l’imprese e detassato i premi aziendali fino a 3mila euro ai dipendenti. Certo, non è molto, ma il resto arriverà entro fine anno con la manovra finanziaria. Poi, ha incontrato i sindacati assicurando trasparenza e acquisendone la disponibilità al dialogo.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza

Ha costituito e presieduto a palazzo Chigi la prima cabina di regia Pnrr con: esecutivo, Regioni e province. E, insieme, ricevuti i 21 miliardi della seconda tranche, hanno cominciato a porre le premesse per realizzare entro fine 2022, i 55 obiettivi per la terza.

E poiché il futuro del governo dipende dal successo di tale intervento, ha convocato il primo incontro tecnico, con il coordinamento del ministro Fitto, e definito una strategia operativa che prevede che la cabina si riunisca a tappe cadenzate per tenere sotto controllo e trovare le soluzioni ai problemi in cui ci si imbatterà per portarlo a compimento.

A cominciare da quello dei costi della burocrazia da sostenere per rendere concreto quelle che, visti i ritardi, per ora sono solo chiacchiere. Che, però, ci sono già costate ben 334 milioni di euro e che nel 2026 toccheranno quota 734,2milioni. Anche a causa della contrattualizzazione di 2.000 esperti, per il controllo di conti, bandi, barocchismi procedurali e norme. Cui se ne dovranno aggiungere altri 2.800 destinati al Sud. Sperando siano sufficienti.

Intanto, però, cominciano a venir fuori i lasciti ricevuti dal governo dei «migliori»: la pressione fiscale da record, arrivata al 43,8%, causa l’impennata dell’Iva in conseguenza anche dall’aumento dei prezzi delle materie prime, regalo di fine estate – autunno 2021 che continua a rinnovarsi e la voragine di 43 miliardi prodotta dal Superbonus 110%.

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