La strana euforia della signora von der Leyen le fa dimenticare i Trattati

Dall’uscita di scena della Merkel è cresciuto un protagonismo politico della von der Leyen

Assistiamo oggi ad un momento di gran confusione dell’Esecutivo dell’UE, partito in una campagna filo-Zelensky che sta facendo passare in secondo piano i problemi economici interni, oggi pluridimensionali dalle sanzioni inflitte alla Russia e dal conseguente aumento del prezzo dell’energia che mette in ginocchio tutte le industrie europee.

Ebbene, dall’uscita di scena della Merkel, suo mentore e a partire dall’emergenza Covid in poi si assiste ad un protagonismo «politico» della Presidente della Commissione, la von der Leyen, che non solo non ha precedenti nella storia dell’Europa comunitaria ma che è in palese violazione dei Trattati.

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Ricordiamoci che la Commissione europea è la «guardiana» dei Trattati; ha capacità propositiva normativa, ha poteri di richiamo (e di input sanzionatorio) verso gli Stati membri per inattuazione o violazione delle leggi comunitarie…

È un braccio esecutivo e propositivo di decisioni che non possono essere autonome ma che sono prese dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo (dove vi sia codecisione appunto tra Consiglio e PE). Ha al suo interno un «Alto rappresentante per la politica estera» (un altro nominato che però non conta una beata cippa poiché deve adeguarsi al Consiglio europeo dei Ministri degli Esteri). Ma nonostante tutto la signora VdL si da, oggi che tutti sembrano silenti, arie di presidente di non meglio specificati Stati Uniti d’europa (che non esistono) aggiungendo confusione e perplessità.

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Incredibile il suo atteggiamento dall’inizio della crisi Ucraina (e già dalle sanzioni alla Russia). Si comporta da vero capo politico della UE, quando questo ruolo viene riservato dai Trattati al Consiglio europeo. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, – ah l’America – von der Leyen ha inteso imporre, tra l’altro, anche la sua visione sul fenomeno migratorio, invitando gli Stati ad aumentare l’accoglienza, ignorando però la protesta che viene proprio dalle metropoli europee.

La vittoria di «svenska democrats»

A questo proposito, la vittoria di «svenska democrats», un partito che ha fatto della lotta all’immigrazione il suo cavallo di battaglia e che da questo motivo politico ha originato il suo successo avrebbe dovuto consentire alla Presidente dell’esecutivo quantomeno una certa prudenza. Una vittoria simbolica quella di Akersson, in un paese come la Svezia, che proprio del modello di immigrazione aveva fatto il suo fiore all’occhiello.

Ancora più incredibile del resto è l’attitudine passiva e rassegnata che dimostrano i vari capi di Governo e di Stato dei Paesi membri, tutti o quasi (ad eccezione di Orban, non a caso tacciato di essere antidemocratico) supini ed annichiliti di fronte ad una deriva da scontro frontale cui non possono o non sanno come opporsi.

Anche Macron è sulla difensiva. Si aspettava che Draghi lo spalleggiasse invece l’ex premier italiano è stato il più feroce sostenitore della linea dura Biden-Johnson… Alla fine della storia sorprende che i due seducenti partiti sovranisti italiani, Lega e Fdi, che in passato «mettevano l’elmetto» contro la Commissione finanche per la «curvatura delle zucchine», oggi tacciano ed accettino passivi una così palese violazione dei Trattati europei…

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