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Gianfrancesco precononizzò l’arrivo della “Cancel Culture”

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Ritorna in libreria «Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere»

Chi cercasse la genesi, lo sviluppo e il senso profondo di ciò che chiamiamo «politically correct», sfociato poi negli ultimi anni nella cosiddetta «Cancel culture», dovrebbe immergersi in un «profetico» libro di Fausto Gianfranceschi (1928-2012) che preconizzava i fondamenti della distorsione comportamentale e l’affermazione di quella invasività nichilista che oggi ha raggiunto il suo culmine grazie anche al totalitarismo tecnologico.

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Era il 1977 quando Gianfranceschi, intravvedendo negli esiti della «ideologizzazione» materialista, di derivazione marxista, i prodromi di una scellerata abdicazione ai valori naturali, pubblicò Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere, per i tipi di Rusconi, casa editrice non conformista diretta dall’indimenticabile Alfredo Cattabiani. Con questo pamphlet pungente e lungimirante circa la deriva del permissivismo generato dal «sessantottismo» e dal dispiegamento di un anarchismo morbido e penetrante in tutti i gangli della società, l’autore lanciava un formidabile atto d’accusa che, visti i nostri non esaltanti tempi, possiamo considerare come la preconizzazione dell’assuefazione conformista alla decadenza che connota la nostra epoca.

Rileggendo questo libro, dalle cui pagine la previsione della degradazione del piacere emerge prepotente ed inappellabile – ripubblicato opportunamente dalle edizioni Iduna, con la prefazione di Renato Besana (pp.159, euro 18,00) – si ha la sensazione che il tempo si sia fermato. Quando Gianfranceschi analizzava il «sistema della menzogna», cioè quello dell’inversione di tutti i valori come segno specifico della modernità, è come se avesse descritto le anomalie contemporanee con la scienza di un anatomopatologo che penetrando nei recessi del corpo sociale mette a nudo la putredine in esso formatasi grazie alla debordante ideologizzazione.

Qualche esempio, utile a comprendere ciò che oggi è largamente acquisito. «La polarità dei sessi – scriveva Gianfranceschi – non sarebbe un fatto naturale, ma nient’altro che il prodotto di una millenaria repressione imposta dal Potere». Non è questa la descrizione del perverso mutamento a cui assistiamo promosso dalla prepotente e sovversiva «ideologia gender»? E ancora: «È costantemente in atto la rivoluzione del potere contro la vecchia società, contro le convinzioni e i costumi delle persone ingenue».

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Il «sistema della menzogna» è contro il passato. Radicalizza la prepotenza della modernità fino ad annullare la storia stessa («cancel culture») . È questo un testo anticipatore, annota Besana, che fin dal suo apparire lasciava sconcertati e perfino increduli. Ero un giovanotto di ventiquattro anni quando ebbi l’onore di presentare in un grande albergo di Livorno il libro di Gianfranceschi. Non dimenticherò l’attenzione preoccupata del folto pubblico che gremiva la sala. E lo stesso autore credo fosse sorpreso dal constatare come le sue analisi suscitassero un interesse che si accompagnava allo sgomento per le verità di cui erano intrise: alla fine un grande applauso sciolse la tensione che si era accumulata.

Nel libro si legge: «La degradazione del piacere e il crescente senso di irrealtà sono gli effetti non misurabili ma precisi del sistema della menzogna: un sistema totalitario vischiosissimo, che tende a riempire di sé tutte le fessure dell’essere. Esiste una griglia sempre più alienante fra la coscienza comune, le ragioni del vivere quotidiano, e i centri decisionali del gusto, del costume, della valutazione degli eventi». E per quanto la menzogna politica, sociale, ideologica non siano un’invenzione del Novecento, è incontestabile che nel secolo passato essa ha avuto «complicità idealmente così compatte e diffuse», al punto che ha potuto contare su un vasto universo che dall’informazione alla scienza ai comportamenti ha condizionato le vite di intere comunità.

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L’inquinamento spirituale è la conseguenza di tutto ciò. Ed è la ragione per la quale si scambia la finzione con la realtà, al punto che l’irrealismo è la connotazione sociale più evidente. Basta considerare i costumi d’oggi per rendersene conto. Del resto dovrà pur dire qualcosa la circostanza secondo la quale ogni categoria vuole imporre la propria visione del mondo: il sistema dell’intolleranza, generato dal sistema della menzogna o dalla negazione dei valori comuni, è lo scenario sul quale si dispiega la degradazione del piacere che ha il suo fondamento nel mettere tutto in discussione e relativizza qualsiasi verità.

«Intorno a qualsiasi evento abnorme – scriveva Gianfranceschi – , specialmente criminoso, si produce nel giudizio etico una confusione forse più grave del fatto commentato, per quanto feroce e penoso esso sia. Mai come nella nostra epoca si è manifestata così pervicace la spinta a rendere irriconoscibile l’atto morale degli avvenimenti».

Siamo di fronte ad una profonda crisi di valori alimentata dal sistema della menzogna che produce la degradazione del piacere. Una sorta di malattia dell’anima che deforma il senso estetico, i rapporti sociali, perfino l’erotismo e la percezione della bellezza. Infatti, «la vocazione estetica è ridotta a mero formalismo, a segno di una categoria sociale che ancora può pretendere e ottenere privilegi; ma nell’atto di esprimersi essa è costretta a rivoltarsi in desiderio di  frantumare, di imbrattare, di deformare».

Segni di disperazione che la cultura conformista, un tempo di ascendenza materialista semplicemente, oggi ancor più nichilista, vorrebbe instillare nel popolo (e purtroppo nella gran parte dei casi vi riesce), al fine di «liberarlo», osservava Gianfranceschi, «dal residuo piacere che può trarre dalla convivenza con i simboli estatici del passato, non ancora trafitti nella dimensione disanimante del museo».

L’affievolimento del piacere e dell’arte di vivere nascono dunque dal sistema della menzogna. E il piacere si degrada, si annulla nel vuoto, diventa un esercizio meccanico. Noi, con i nostri ritrovati tecnologici, rispetto a quando Gianfranceschi scriveva questo libro di strepitosa e prodigiosa attualità, siamo ancora più avanti nella demolizione dell’esistenza secondo i valori ed il diritto naturale che sono gli obiettivi da colpire da parte del sistema incarnato dai meccani della modernità e dell’egotismo.

Come difenderci?

Avviandosi alla conclusione della sua profonda disamina, Gianfranceschi scriveva: «Soltanto l’uomo colto (come lo è anche il contadino, se non è stata lacerata la trama del suo ambiente e delle sue conoscenze tramandate) è un uomo libero. Soltanto l’uomo colto può vivere pienamente, senza agitarsi sotto il pungolo di influenze psicopatogene, senza abbandonarsi alla dimensione illusoria del futuro. Soltanto l’uomo colto può coltivare (e può insegnare agli altri come si coltiva) il sottile piacere della riflessione, l’unico esercizio in grado di trascendere le ottuse suggestioni del sistema».

Solo in questo modo si può reagire alle minacce del presente approntate dal sistema della menzogna. Si domandava Gianfranceschi (e ci domandiamo noi): «Si può impunemente parlare, oggi, di Dio, della bellezza, della virtù, del carattere, dell’eroismo, dell’amore? No». Nessuno lo vieta, beninteso (o perlomeno non lo vietava quando il libro uscì quarantacinque anni fa), ma agisce in maniera sottile, da sistema della menzogna, appunto, mettendo fuori gioco chi pronuncia quelle parole e si appoggia al loro significato. Da qui la degradazione totale del piacere che non riusciamo più a riconoscere. Il male assoluto.

Gennaro Malgieri
Già parlamentare
e direttore del ‘Secolo d’Italia’

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