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Fondi strutturali europei 2014/2020, 30 miliardi a rischio

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Giusto riconoscerlo. Se la Meloni e FdI continuano a crescere nei sondaggi, lo devono, alla propria coerenza e chiarezza di posizione, ma anche a Letta e Salvini che ce la stanno mettendo tutta per affondare se stessi e i propri partiti.

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Nei giorni scorsi, il primo ha proposto il ritorno alla tassa di successione, da girare in dote ai giovani; il secondo, entrato nella “grande ammucchiata”, da uomo di lotta e di governo, ha rilanciato, sperando di avvicinare le urne, il trasferimento di Draghi da Chigi al Quirinale.

Ma SuperMario, li ha gelati entrambi. Perché «non è il momento di prendere, ma di dare agli italiani» e «nessuno è autorizzato a parlare per il Capo dello Stato, tranne Mattarella». Ma non è bastato. Sia l’uno che l’altro hanno deciso di riprovarci. Le tensioni aumentano e, conoscendo i personaggi la guerra andrà avanti ancora a lungo, come quelle sullo ius soli, il voto ai sedicenni, porti aperti e immigrazione libera e ddl Zan, ora è il turno delle tasse. E fortuna che questo doveva essere l’esecutivo della grande unità per costruire il futuro del Paese. E, invece, soltanto assembramento. Ma non erano proibiti?

La Spagna ha schierato l’esercito per cacciare i clandestini penetrati a Ceuta e la commissaria europea agli affari interni Johansson, l’applaude perché «difende i confini dell’Europa», ma quando è l’Italia a dire «no» ai clandestini, il massimo che riesce a ricavarne è un «gli Stati membri aiutino l’Italia con il ricollocamento dei migranti». Peccato che, la questione italiana a quegli stessi «Stati membri» non interessi. Sicchè delle due l’una: o l’Italia non è Europa o all’Europa non piace l’Italia.

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Forse, non apprezza e, soprattutto ne approfitta, l’eccesso di tafazzismo dell’Italia che – per uno strumentale buonismo, non solo è disposta ad accogliere i clandestini – addirittura “foraggia” le Ong perché glieli portino e per sapere cosa fare, la ministra Lamorgese chiede lumi proprio a queste.

Non comprende, ma le utilizza a proprio uso e consumo, le contraddizioni deI giudici siciliani che – mentre mandano a processo Salvini che, da ministro dell’Interno, per fermare gli sbarchi, aveva chiuso i porti – archiviano le accuse contro Carola Rackete, quasi che speronare le navi della Finanza, se si hanno a bordo irregolari da sbarcare, non sia reato.

E, infine, della stampa che, all’insegna del «tutto va bene madama la marchese…» evita di porsi e porre troppe domande su ciò che fa il governo e, per non disturbare il manovratore, non vede che «il castello e le scuderie sono bruciate, la cavalla è morta e per la disperazione il marchese si è suicidato». Perché, a parte questo, «tutto va bene».

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Per averne contezza, basta riflettere su quanto si sta verificando a proposito del Recovery Fund. Ancora soltanto virtuale, ma di cui già si stanno cantando le lodi. Senza curarsi più di tanto dell’insidie che nasconde: imposte e legacci. Fra cui, il rischio dal sottoscritto ribadito più volte su queste pagine e del quale sembra essersi accorto soltanto ieri il giornale di Agnelli ‘La Stampa’ che con un tiolo a nove colonne fa sapere che: «Recovery, i frugali frenano il via libera e la prima maxi-rata rischia di slittare». Magari, nel caso, se ne parlerà a settembre. Come si dice, meglio tardi che mai!

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«Il Pnrr riaccende la produttività» ha scritto ‘il Sole 24 ore’ e il ‘Messaggero’ – ha aggiunto che sono bastati «i primi 90 giorni» di vita, perché il governo centrasse gli «obiettivi su Pnrr e vaccini» e che la crescita s’avvicina. I dati indicati nel Pnrr fanno prevedere un «incremento dello 0,6% nel 2026 (in sei anni tutto qui?, ndr) che fa salire il tasso di crescita potenziale all’1,4%, perché a quel +0,6% di produttività dei fattori, si sommeranno: il +0,5% della componente lavoro e il +0,3 della componente capitale». Non una marcia trionfale.

Un incremento di appena lo 0,2% annuo. L’Italia, insomma, pur essendo fra i 27 Paesi dell’Ue quello cui dovrebbe andare la fetta più sostanziosa del Next Generation Eu, è anche uno di quelli che cresceranno di meno. Più che la produttività, quindi, si riaccende una fiammella tenue, ma costosissima. E che si tratterà soltanto di una lentissima passeggiata è confermato dal numero di posti di lavoro che, sempre stando alle previsioni, saranno attivati: soltanto 750mila, in 6 anni (125mila all’anno). Ognuno dei quali ci costerà 308mila euro.

L’ennesima ripresa senza lavoro, quindi. Con il divario occupazionale fra l’Italia (62,9%) e l’Europa (72,6%) e con il Sud (53,3%) che si allargherà ulteriormente. Il che, però, era già scritto, nei caratteri somatici del NGE: transizione ecologica e digitale che richiedono tecnologie che noi non produciamo e, dobbiamo importare e, quindi, una bella fetta di risorse recovery le spediremo oltreconfine. Nel frattempo con la spesa dei fondi europei 2014-2020 ferma al 47%, rischiamo di perdere altri 30 miliardi già nostri. Ma «tutto va bene, madama la marchesa».

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