Il caso Meloni. L’insopportabile doppiopesismo degli insulti alla leader di Fratelli d’Italia

Una delle peggiori pagine della storia del giornalismo italiano degli ultimi anni. Non si possono definire diversamente le frasi di Alberto Mattioli in un articolo del quotidiano torinese ‘La Stampa’ rivolte alla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

«La Meloni vive di sensi di colpa perché la politica la tiene lontana dalla figlia…prodotta con la collaborazione del compagno» – così scrive Mattioli nel suo fondo – che poi rincara la dose scrivendo: «questa postfascista modello Dio, patria e famiglia è pure a suo modo una femminista».

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Così, dopo l’immediato polverone e la quantità di prevedibili polemiche sono arrivate le scuse del giornalista, di fatto talmente ambigue che probabilmente un più sibillino «chiedo scusa alla diretta interessata», avrebbe consentito di eludere i toni dell’ipocrita forzatura.

Il giornalista ammette l’errore, ma la pezza si rivela peggiore del buco quando risolve la questione nei termini di una battuta inappropriata e mal interpretata, scritta comunque in buonafede.

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Lapalissiano il fatto che si tratti di una grottesca forma di assenza di scuse mascherata da apparente forma di scuse. Non serve avere il pelo sullo stomaco degli anni di onorata carriera giornalistica di Mattioli per comprendere che la scelta di tirare in ballo una bambina, unitamente all’espressione «prodotta con la collaborazione di…», sia invece voluta e ragionata, tesa non solo a squalificare la leader di FdI ad essere subumano, ma anche, sillogisticamente, a retrocedere la bambina a mero prodotto di esseri reietti, non frutto d’amore ma risultato di una collaborazione.

Va da sé che tale spazzatura ed immonda volgarità, non possa che essere l’ennesimo esempio di tutto il carico d’odio che la sinistra italiana è capace di riservare contro chi la pensi diversamente, con l’utilizzo del classico doppiopesismo per cui una donna (o un uomo) possa essere aggredita o insultata in base all’opposta appartenenza politica.

D’altronde ai reiterati e brutali insulti rivolti a Giorgia Meloni negli ultimi anni, quasi mai sono seguite delle convinte e rilevanti levate di scudi di femministe e buonisti a vario titolo, né di cani da guardia del politicamente corretto sguinzagliati a comando. Ricordiamo invece molto bene la mobilitazione di tutti gli Stati Maggiori dell’intellighenzia di sinistra per una battuta satirica a Giovanna Botteri, sicuramente molto meno tollerata rispetto alla vasta compilation di volgari improperi rivolti alla Meloni, passati quasi sempre sotto silenzio.

Nel caso di Mattioli sarebbe stato più serio scusarsi con meno fronzoli e maggiore dignità, magari condensata anche in meno righe; invece assistiamo, ancora una volta, a quell’ingiustificato complesso di superiorità della stampa di sinistra che mostra la solita fastidiosa ed inopportuna boria, che, come in questo caso, oltre al danno, aggiunge pure la beffa di sbandierare l’arrogante proclamazione di convinta buonafede contro ogni evidenza e contro l’intelligenza del lettore e del destinatario stesso delle offese.

Si tratta in realtà di un arci noto modus operandi, una spinta istintiva e barbara certamente figlia di quel livore becero e di quello storico estremismo militante finalizzato a disconoscere una forma di legittima esistenza dell’avversario, perché non intende contrastarlo sul piano della dialettica politica. Vuole eliminarlo, non importa il modo.

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