Occupazione da record, disoccupazione ai minimi storici. L’Italia cresce

La Lagarde aumenta i tassi Bce e il denaro al Sud costa decisamente più che al Nord

Checché ne dica o ne pensi un’opposizione sempre più lontana dagli italiani, fare la voce grossa in Europa se unita a pragmatismo, razionalità e concretezza nella difesa degli interessi nazionali, serve. Pensate a cosa sta facendo il governo Meloni ed i risultati che sta raccogliendo – in Italia: occupazione da record e disoccupazione ai minimi storici, inflazione in calo, borsa primo semestre +19,2% la «più» d’Europa e a Bruxelles: il Mes rinviato di 4 mesi e approvazione legata a quelle del Patto di stabilità e Unione bancaria – per averne consapevolezza.

A dispetto di Schlein & c. che speravano che anche per l’esecutivo di centrodestra, la luna di miele con i cittadini durasse il breve spazio di un mattino e poi crollasse. Ma gli sta andando male. Euromedia, infatti, ha rilevato che per il 49.5% dei cittadini il governo è saldo; i principali crucci del Paese sono: il Mes (60%); inflazione (57,4%) e tasse (29,3%), liste d’attesa in sanità (22,1%), guerra (21%), mentre l’immigrazione (20,1%) è soltanto al 5° posto; Fdi con il 29,2% è sempre il primo partito; mentre il Pd continua ad arretrare (20,2%). E se Draghi con il 57% dei consensi resta il leader più amato, la Meloni – sempre più in sintonia con i cittadini – lo insegue da vicino (54%).

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Un anno dalle elezioni europee

E il vento di destra spira sull’Europa ad appena un anno dalle elezioni europee. La maggioranza Ursula (Ppe e Apsd), comincia a vacillare, e mentre si accorciano le distanze fra Ppe e Conservatori guidati Giorgia, si allontano quelle fra popolari e progressisti. E fra un anno potrebbero cambiare gli equilibri a Bruxelles.

Eppure, Von der Leyein (Ue) e Lagarde (Bce), continuano a provare ad affossare gli Stati membri e i 447,7milioni di europei, salvaguardando gli interessi di banche e grandi multinazionali. Urge spostarne le priorità dalla finanza alle persone. Cosa che quest’Europa «sinistra», sembra non voler fare. Intanto, i risparmi dei cittadini vengono falcidiati dai salti in alto del tasso di riferimento Bce che a dicembre 2022, era al 2,50%, oggi è al 4% e forse fra un po’ sarà al 4,25%. E questo, nonostante la pressione inflazionistica vada rallentando +6,4% a giugno, rispetto al 7,6% di maggio.

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Ma per lady Bce non basta. «L’obiettivo di medio termine: 2% è ancora lontano. E bisogna tenere i tassi a livelli sufficientemente alti per tutto il tempo necessario a raggiungerlo». Non bisogna saper leggere i fondi del caffè, per rendersi conto che le principali vittime di queste scelte sono soprattutto i 7milioni di italiani (pari a 3,5milioni di famiglie, sui 25,7 milioni di famiglie italiani) e imprese, indebitati con le banche. Secondo il sindacato bancario, Fabi, con l’aumento del tasso di luglio, le rate dei nuovi mutui a tasso fisso raddoppieranno, mentre quelli a tasso variabile cresceranno del 55-65%.

A danno del Mezzogiorno

Purtroppo, anche su questo fronte a patire di più per la probabile l’ulteriore stretta dei tassi, sarà il Mezzogiorno, dove famiglie e imprese già oggi pagano oneri finanziari di un terzo superiori a quelli medi nazionali. Nell’Italia del tacco, infatti, le banche impongono all’utenza tassi incrementali che vanno dallo 0,50 all’1% se, non, addirittura, dell’1,25% in più rispetto a quelli centro-nord.

Ma è davvero quella d’indebolire il potere d’acquisto delle monete «allocate» nelle nostre tasche, la strada maestra per battere l’inflazione? Assolutamente, no! Anzi, questo serve da un lato, a far crescere gli utili delle banche che, grazie ai tassi, nel 2022 hanno registrato utili per più di 25 miliardi di euro, finiti in parte ai top manager e ai dipendenti.

I sindacati, infatti, hanno chiesto, in vista del rinnovo contrattuale, aumenti di 435 euro mensili per il triennio e dall’altro ad appesantire l’accesso al credito, gelare i consumi, rallentare la produzione industriale e il fatturato delle imprese, di conseguenza la recessione, con aumento della disoccupazione. E tutto ciò a spese dei clienti che sono quelli che tra versamenti in C/c e depositi bancari, per altro, non remunerati da alcun interesse (ma se sforano, pagano sono loro a pagare «caro e salato») offrono al sistema bancario il cibo per l’«ingrasso».

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