Riforme, la sterile balbuzie intellettuale della sinistra

La sinistra vuole mantenere la propria spenta egemonia

Sul tavolo politico ed istituzionale v’è all’ordine del giorno il tema della riforma costituzionale. Il presidente Meloni snocciola giorno dopo giorno i vari punti programmatici con cui in campagna elettorale ha acquisito, con dati incontrovertibili, il consenso per una legittimazione definitiva a governare per chi sta a destra, affinché il sistema italiano non funzioni più utilizzando come metodo la discriminazione.

L’invito della Meloni a tutte le forze politiche è stato concretamente ispirato dalle criticità attuali, quali il trasformismo parlamentare ed il cammino accidentato delle istituzioni, e teso a migliorare il rendimento dei governi a promuovere e dare frutti nell’interesse generale. Così per cercare di custodire e proteggere l’equilibrio dello stato di diritto, dove la separazione dei poteri sia conducente per garantire i fini democratici e partecipativi, ma si riesca a coniugarli anche in termini di efficacia e di durata.

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Di fronte all’invito della Premier la sinistra balbetta e continua ad esprimere con “no” aprioristici una sorta di interdizione volta a fare “ammuina”, destinata strumentalmente a negoziare infinitamente per non essere sorpresa dal tentato efficientamento del sistema che parte da destra. Certo questo atteggiamento si riduce ad un modo di impantanarsi nella palude dei veti incrociati, laddove si è al cospetto di una sensibilità perduta, che era quella che si coltivava in una sinistra à la page ovvero di una radicata visione riformatrice.

Oggi la sinistra dà continuamente prova di un immobilismo e della conservazione dei privilegi. Oggi la sinistra nel suo balbettare continua a declinare la lotta senza quartiere per mantenere in vita un “neo-comunismo” sotto mentite spoglie. Non avendo letto Marx, e molto altro, gli esponenti di sinistra alla Schlein inciampano su molti temi, perché non sanno che direzione prendere e/o che orientamento dare alla lotta di classe, quella dell’invidia sociale, dello scontro fine a se stesso, che si connota solo nel mirare essenzialmente al bersaglio facile dell’acquisizione di potere.

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Questa lotta, che nega la politica, diventa tribale

Ovverosia specchio di una impostazione che sembra ribadire la legge della giungla, in cui Kipling impersona in Mowgli la necessita di dare una protezione all’umanità di un piccolo uomo con Baloo e Baghera, affinché si possa coltivare la crescita sociale che è destinata a seguire un percorso impervio fatto per acquisire e/o assimilare regole archetipiche. Insomma la sinistra parla una lingua per iniziati, per apparati di potere, di guarentigie senza legittimo consenso. Vi ricordate come la sinistra, fino a qualche tempo fa, esaltava le magnifiche e progressive sorti della globalizzazione?

Oggi, come se fosse avvenuto per un caso fortuito, tutti scoprono il bluff globale, tuttavia ancora oggi la sinistra vuole mantenere, non si sa bene perché e come mai, la propria spenta egemonia forse con la sensibilità “lgbtq” o con la terribile logica della “cancel culture”. Vale a dire con l’idea di potere continuare a comandare a prescindere dalle proprie esperienze fallimentari e dalle proprie sconfitte storiche.

Oggi sulle riforme dovrebbe tornare ad una onestà intellettuale, ormai da tempo eclissatasi, per dare senso compiuto alla Repubblica Italiana attraverso i principi costituzionali di libertà, democrazia, partecipazione, responsabilità e solidarietà. Senza i quali la politica diviene solo lotta per il potere cinico, sclerotizzato, senza energia e soprattutto senza riuscire a persuadere i cittadini sulla bontà dei valori e/o diritti impersonati.

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