La grande ipocrisia dell’unità per sconfiggere l’autonomia. A chi giova?

Qualcuno, mettendo le mani in tasca e guardando alla qualità dei servizi, si è mai accorto che l’Italia è una?

La grande ipocrisia. Mattarella ha firmato il ddl per l’attuazione dell’Autonomia. Comincia la corsa per la «cabina di regia» dovrà definire, entro il 2023, dei Livelli essenziale delle prestazioni. Ma i «pro» e «contro», interessati o meno, sono ancora tanti. «Unità nazionale a rischio» ha sentenziato il presidente di Confindustria Bonomi e il suo vice, Grassi, delegato agli Affari Regionali, ha aggiunto che «non dovrà compromettere l’unità nazionale». L’Università Cattolica, la boccia, perché farebbe aumentare la spesa pubblica.

Messa così sembrerebbe che il Sud possa stare tranquillo perché tutti lavorano per lui. E’ davvero, così? Magari, sarò un tantinello malfidato, ma se è vero, ciò che afferma l’antica saggezza partenopea: «quanno ‘o ricco accarezza ‘o puverièllo è segno ca ‘o vò fottere» (scusate il francesismo) ho qualche perplessità.

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Perché, questa tanto decantata unità nei numeri si fa fatica a vederla. Tant’è che, nel 2022, la spesa pubblica, ha toccato quota 17.468 euro pro capite. Con il Centro che se n’è portati a casa 20.247; il Nord-Ovest 19.291; il Nord-Est 18.167, con le isole 15.310 ed il Sud 14,327. In coda.

Prefiche piangenti e a distanza siderale

Oltretutto, le materie che – secondo Grassi – con la «differenziata» dovrebbero restare di competenza governativa: «politiche commerciali dell’Unione europea ed extra Ue, e grandi reti energetiche e di comunicazioni». Proprio le più significative per la competitività dei territori. E nel Mezzogiorno, l’«Italia unita», ha sempre investito decisamente poco e comunque meno che altrove.

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Basta, una spulciatina nella storia più recente per averne conferma: legge di stabilità 2014, dei 5,8 miliardi a disposizione del sistema ferroviario nazionale, Renzi destina il 99% (5,7) al Nord e solo l’1% (60 milioni) al Sud e nel suddividere le risorse (5,6 miliardi) per asili nido e istruzione, ben 700 milioni annui li dirottò oltre il Garigliano e il Cipe confermò, il taglio di 7,4 miliardi del cofinanziamento nazionale ai fondi europei per il 2014/2020 ai piani operativi di Calabria, Campania e Sicilia. Il che ne ha frenato l’utilizzo.

E ce ne restano ancora da spendere e bisognerà farlo entro quest’anno: 335 milioni in Puglia, 616 in Calabria, 1,27 miliardi in Campania e 1,45 in Sicilia. E nel ripartire le risorse Recovery found, l’Unione europea ha riconosciuto all’Italia la quota maggiore 209 miliardi, con l’impegno che venisse investita per il recupero dei ritardi meridionali, ma nel redistribuirli ai territori per i Pnrr i governi Conte bis e Draghi gli hanno finalizzato appena il 40% del totale. Come si fa a recuperare se, chi è già più avanti, viene ri-premiato e tocca celebrare «le nozze con i fichi secchi».

Di più, al Sud la Rc auto e l’acqua costano il triplo

Con il «no» all’autonomia, insomma, fanno i propri interessi. A sua volta, il presidente dei costruttori Edili di Napoli, Langellotti, chiede alla politica di «tutelare gli interessi del Meridione» ovvero tutto e niente. Forse sarebbe meglio sollecitasse alla coerenza i governatori De Luca e Puglia, facendogli capire che non possono prima accusare i ministri del governo centrale di sottrarre risorse al Mezzogiorno e poi sostenere che «l’autonomia mette a rischio l’unità». Il problema non è l’autonomia in quanto tale, ma se «differenziata» a livello regionale.

Il Meridione – autonomia o meno – se unito ha tutte le potenzialità per crescere. Il Pnrr poteva essere l’occasione ideale per realizzare quel progetto complessivo di sviluppo indispensabile alla sua crescita. Ma ognuno si è chiuso nel proprio orticello «provando a fare da se» che, in questo caso, non significa «fare per tre».

E alla fine l’unica proposta nuova è stata partorita altrove, dalla premier Meloni e Fitto: il «piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo», con il Sud hub energetico per l’Europa e il conseguente potenziamento del gasdotto Tap di Melendugno. Ma perché arrivi a realizzazione occorre il contributo di «governatori», amministratori e politici del Mezzogiorno, al di là dall’appartenenza. Chissà, magari, potrebbe essere questo il germoglio attorno al quale costruire quella Macroregione autonoma dell’Italia del Sud, necessaria per lo sviluppo meridionale e far da traino al Paese. A patto che «laddove tutto si puote» lo si voglia. Ma lo si vuole?

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