Droga in Costiera sorrentina: decriptato «il vocabolario dello spaccio»

«Pizza cotta» o «pizza cruda» venivano utilizzate per indicare il crack» e la cocaina

Colloquiavano in codice i pusher, e lo dovevano fare anche i clienti quando effettuavano gli ordini. E mai – sia gli uni, sia gli altri – dovevano fare riferimento diretto alle sostanze stupefacenti. E’ emerso anche questo dall’indagine dei carabinieri di Sorrento che all’alba di ieri hanno «neutralizzato» una ramificata banda di spacciatori che faceva lauti affari vendendo droga nei comuni della Costiera sorrentina. Complessivamente il gip di Torre Annunziata, su richiesta della Procura (il sostituto procuratore Emilio Prisco e il procuratore Nunzio Fragliasso) ha emesso 33 misure cautelari.

I militari dell’arma – durante gli accertamenti – sono riusciti a decriptare e compilare «il vocabolario dello spaccio» grazie a una attenta disamina delle conversazioni intercettate: «pizza cotta» o «pizza cruda» venivano utilizzate, per esempio, per indicare, rispettivamente, il «crack» e la «cocaina». Non solo. Per indicare una pistola usavano la parola «trapano», mentre con la frase «è sfiatata la coca cola» si lanciava l’allarme: significava che c’era pericolo per la presenza di carabinieri nei paraggi.

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Anche con la parola «cucinato» si indicava il crack, invece con la parola «minuti» si indicavano gli euro: per esempio «40 minuti di cucinato» significavano 40 euro di crack. In alcuni messaggi venivano utilizzate anche solo alcune lettere dell’alfabeto: «T» per indicare droga da «tirare», la cocaina, mentre con la «F» lo stupefacente da fumare, come la «marijuana». I militari dell’arma hanno individuato ben cinque gruppi di spacciatori: quelli di Vico Equense, Castellammare di Stabia-Spiaggia, Boscoreale, Castellammare di Stabia-Tavernola e quello di Torre Annunziata.

La gestione degli alloggi popolari

Le indagini, coordinate dal procuratore di Torre Annunziata Nunzio Fragliasso, hanno consentito di scoprire anche che la banda di spacciatori gestiva anche gli alloggi popolari della zona dove si concretizzava la compravendita delle sostanze stupefacenti. I carabinieri hanno documentato un episodio ritenuto particolarmente significativo: uno dei gruppi di spacciatori facenti riferimento al «capo piazza» è stato costretto a lasciare l’abitazione popolare che occupava per non essere riuscito a pagare una partita di droga.

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Al suo posto ne è stato insediato un altro, che ha proseguito la vendita sempre per conto del «capo piazza». Non solo. A chiunque finisse «in difetto» venivano inviati i «picchiatori», quasi esclusivamente minorenni, i quali avevano il compito di riscuotere i debiti. E se i soldi non venivano corrisposti, dopo le botte scattava lo sgombero.

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